L'imperialismo unitario

Arrigo Cervetto (1950-1980)

 


Trascritto per inetrnet da Dario Romeo, settembre 2001

Capitolo sesto
L'UNITA' DELL'IMPERIALISMO
NELLA "COESISTENZA PACIFICA", 1957-1964

Nota introduttiva
Il corso dell'imperialismo nel 1956-57
L'unità dell'imperialismo nel confronto USA-URSS
Tesi sullo sviluppo imperialistico, durata della fase controrivoluzionaria e sviluppo del partito di classe
L'impostazione strategica delle "Tesi" del 1957
I limiti della recessione americana
L"'imperialismo unitario" nella posizione dell'URSS sulla recessione USA
Il Piano delle promesse sbagliate
Dall'autarchia staliniana al mercato unico mondiale
Il significato della "distensione" nel quadro di una circolazione mondiale dell'imperialismo
Il Giappone negli equilibri asiatici
Kruscev: un cane morto

 

L'impostazione strategica delle " Tesi " del 1957

Tra le obiezioni sollevate alle nostre Tesi meritano particolare attenzione alcune, scelte tra le più serie e meditate, Occorre dire, per inciso, che le nostre Tesi sono una ipotesi di analisi marxista, collegabile a tutta una impostazione strategica e che, come tali, non esauriscono tutta l'analisi dell'imperialismo e non vincolano meccanicamente l'impostazione tattica, la linea politica insomma.

Ciò va detto per precisare che, anche se il progetto di linea politica è da noi derivato dalla valutazione dell'imperialismo, in pratica l'accettazione della nostra linea politica non implica una integrale accettazione della nostra ipotesi scientifica sull'imperialismo, anche se necessariamente implica una accettazione delle linee generali da questa enunciate. In parole povere: si può essere più o meno d'accordo sul ritmo di sviluppo dell'imperialismo sovietico; si può essere più o meno d'accordo sul ritmo di espansione dell'imperialismo nelle aree arretrate; si può essere più o meno d'accordo sul ritmo di sviluppo della crisi dell'imperialismo e sulla conseguente apertura di condizioni obiettivamente rivoluzionarie; ma l'accordo integrale è necessario sulle caratteristiche qualitative dell'imperialismo sovietico e dell'imperialismo in generale. Senza questo accordo non solo non è possibile l'unità, ma neppure la convivenza è possibile.

La nostra Tesi, basata sugli aspetti qualitativi della teoria marxista dell'imperialismo su cui tutti si deve essere d'accordo, è una ipotesi scientifica sugli aspetti quantitativi dell'imperialismo. Su questi aspetti utilissima è la discussione e già un primo risultato è stato raggiunto se i compagni se ne interessano, studiano, discutono e portano il loro contributo. L'importante è che il movimento rivoluzionario abbia una concezione generale qualitativa della strategia e delle prospettive. Cosciente e preparato con questa concezione generale, il movimento rivoluzionario elaborerà e discuterà sempre sulla valutazione degli aspetti quantitativi della prospettiva stessa. Quanti anni può durare una fase controrivoluzionaria? Che possibilità di espansione ha l'imperialismo? Per quanto tempo il capitalismo può dilazionare l'acuirsi della crisi generale? Ebbene, penso che su questi e sui tanti altri problemi quantitativi la discussione all'interno del movimento rivoluzionario non possa che essere permanente e soggetta sempre ad ulteriori studi, ricerche, approfondimenti. Insomma: la discussione permanente sui problemi quantitativi è la dialettica interna della strategia.

Il programma del partito rivoluzionario riguarda solo gli aspetti qualitativi, punti fermi della teoria. Su questo programma di partenza, il partito rivoluzionario elabora tesi che sono "ipotesi di lavoro" sugli aspetti quantitativi: tesi che debbono essere discusse, integrate, emendate e che possono determinare maggioranze e minoranze giustificabili su problemi di tattica.

Abbiamo voluto enunciare la nostra concezione del partito rivoluzionario per inquadrare nelle sue naturali caratteristiche la nostra Tesi sullo sviluppo dell'imperialismo.

Detto questo, possiamo discutere alcune questioni poste dagli interventi dei compagni.

Lo sviluppo ineguale sorge dall'espansione del capitalismo.
La nostra Tesi non dice che l'economia socialista sarà possibile nelle zone arretrate solo quando queste zone avranno raggiunto l'attuale fase di sviluppo del capitalismo più avanzato. Alcuni compagni hanno inteso male; la nostra Tesi, invece, sostiene che l'economia socialista su scala internazionale sarà possibile solo quando le zone arretrate avranno raggiunto uno sviluppo paragonabile a quello raggiunto dai paesi raggruppati nella "zona intermedia". È una precisazione molto importante perché, a nostro avviso, quando la "zona arretrata" avrà raggiunto uno sviluppo "intermedio", e cioè avrà un'industria nazionale ed un proletariato consistente, non potrà più costituire un sufficiente mercato per i paesi imperialistici sviluppati. L'economia di questi paesi non potrà evitare quella crisi generale che metterà in moto rivoluzionario i proletari metropolitani. Concretamente il problema si presenta nel termini seguenti: industrializzazione dell'India e della Cina. Occorreranno 10-15 anni perché questi paesi giungano ad un livello "intermedio", e in questo periodo i paesi imperialistici avranno possibilità di esportazione nel mercato asiatico. Anzi, più intensa sarà l'esportazione imperialistica in Asia, più rapido sarà il ritmo di industrializzazione asiatica.

Lo sviluppo del capitalismo asiatico conferma, evidentemente, la teoria dell'ineguale sviluppo del capitalismo. La nostra Tesi non ha nulla a che fare con quella concezione non marxista (erroneamente attribuitaci da qualche compagno) sullo sviluppo uniforme dell'economia capitalistica. Tuttavia occorre fare attenzione a non negare la legge uniforme dello sviluppo economico delle varie zone: legge uniforme e valida per ogni paese è lo sviluppo economico da forme feudali a forme capitalistiche. È logico che questa legge uniforme agisca con ritmi ineguali. Una lettura attenta della nostra Tesi confermerà ai compagni che la nostra valutazione è basata sulla teoria dello sviluppo ineguale del capitalismo.

Esiste davvero una situazione rivoluzionaria?
Alcuni non accettano la nostra valutazione sulla situazione controrivoluzionaria, ma per affermare il contrario si limitano a dire "che la situazione è rivoluzionaria da quando il capitalismo è entrato nella fase imperialistica". Questo tutti lo sanno, come sanno pure che, nella fase imperialista, il capitalismo entra in crisi cronica per l'impossibilità di risolvere le sue contraddizioni. Ma che esistano queste contraddizioni, che il capitalismo non possa risolverle, che esse siano la costante manifestazione della crisi cronica, che potenzialmente una situazione di rottura rivoluzionaria sia insita nella crisi, non vuol dire affatto che in qualsiasi momento il sistema imperialista sia affetto da una crisi generale e che in qualsiasi momento vi siano le condizioni oggettive per la rivoluzione proletaria.

Sostenere ciò significa capovolgere idealisticamente la teoria marxista della crisi e della rivoluzione. Ritornando al precedente discorso sugli aspetti qualitativi e quantitativi, significa idealizzare gli aspetti qualitativi della teoria e costringerli in una visione meccanica e non dialettica. Significa trascurare completamente gli aspetti quantitativi, non prenderli nemmeno in esame, invece di studiare, seguire, valutare contingentemente questi aspetti per trarne una interpretazione tattica, per conoscere il ritmo ed il modo complesso di sviluppo. Insomma, per comprendere quando la "quantità" si trasforma in "qualità".

Se si perde questo fondamentale strumento della dialettica (quello che permette di studiare sempre quantitativamente e qualitativamente una questione, interpretandone esattamente il nesso dialettico), si finisce col cadere in pieno idealismo e volontarismo. Si finisce, inconsapevolmente, con l'invocare il demiurgo: il partito rivoluzionario. C'è la situazione rivoluzionaria, si dice; peccato, manca il partito! Se questo ci fosse, l'affare sarebbe fatto!

Il partito è espresso dalle condizioni.
Quello di cui sopra è il modo più astratto di concepire il partito. Per noi marxisti, il partito rivoluzionario è espresso dialetticamente da fattori oggettivi e fattori relativamente soggettivi. Esso non è né può essere il frutto della pura volontà politica e teorica. Il fatto che partiti rivoluzionari non esistano ancora nei principali paesi del mondo è un segno che mancano le condizioni rivoluzionarie. I partiti rivoluzionari possono svilupparsi solo quando le masse proletarie esprimono un movimento rivoluzionario, generico e confuso finché si vuole ma tendente a rompere o ad urtarsi con l'egemonia riformistica. Sono esistite condizioni e momenti storici in cui questi movimenti si espressero e questi momenti furono oggettivamente rivoluzionari, anche se in essi i partiti rivoluzionari, per tutta una serie di fattori, non riuscirono ad imporre la loro egemonia. Ed è proprio in quei momenti che la funzione del partito diventa importantissima e si misura nella sua capacità di esercitare l'egemonia sulle masse proletarie e di sconfiggere le posizioni di tradimento riformistico all'interno del proletariato stesso. Cioè, in quei momenti, la funzione del partito rivoluzionario consiste nell'aiutare il movimento rivoluzionario spontaneo delle masse a rompere l'involucro riformistico. Ma senza il movimento spontaneo dal basso determinato da particolari condizioni di crisi economica, la lotta del partito rivoluzionario contro la sovrastruttura riformistica è molto limitata ed ottiene risultati parzialissimi. La lotta rivoluzionaria è, perciò, forzatamente ridotta al recupero e alla formazione dei quadri. Qui sta il problema della linea politica. Quale deve essere il nostro obiettivo concreto? Noi diciamo: vasta azione di presenza e di diffusione teorica per ricuperare nelle masse tutti quei quadri che potenzialmente in esse esistono. Quale deve essere la caratteristica principale della nostra lotta? Qui bisogna stare molto attenti e cioè concentrare tutta la tattica sull'obiettivo concreto. Se vogliamo contribuire ad indebolire la direzione togliattiana, allora è possibile anche un'alleanza tattica con i destri e con i revisionisti. Se invece, come affermiamo noi, il compito fondamentale è la formazione dei quadri, allora dobbiamo distinguerci politicamente e teoricamente da tutti, lottare teoricamente contro tutti, caratterizzarci come corrente rivoluzionaria. Non basta dire che dobbiamo sviluppare una vasta lotta contro la direzione opportunistica del PCI. Bisogna indicare i modi, le caratteristiche fondamentali, i confini di questa lotta, cioè in che modo la si vuole condurre. È ciò che abbiamo fatto con le nostre Tesi e sintomatico è il fatto che i nostri obiettori non siano scesi a confutarci sul terreno degli aspetti concreti, inequivocabilmente enunciati nelle nostre Tesi. A noi interessano poco le "rovine" del PCI, dal momento che sarebbero un'immagine puramente retorica se su queste rovine si alzasse, come non è da escludersi, il grande palazzone di un partito di tipo socialdemocratico, frutto delle variatissime confluenze e di un lungo processo di osmosi i cui elementi potrebbero essere i giovani funzionari degli attuali partiti pseudo operai.

Dobbiamo aiutare la socialdemocratizzazione?
Su questi problemi siamo già intervenuti, vediamo piuttosto come alcuni compagni non riescono ad afferrarli nella loro complessità. Ciò deriva da una mancata valutazione appunto degli aspetti quantitativi dello sviluppo imperialistico, in quanto il giudizio volontaristico sulla situazione internazionale viene trasferito all'Italia. Se esistono condizioni rivoluzionarie nel mondo è naturale che ogni indebolimento della direzione del PCI liberi una parte delle masse dall'inganno e le sposti su posizioni rivoluzionarie. Quindi si parla di "inserimento nella lotta politica", "azione politica di massa della Sinistra Comunista" e poi, ammesso e non concesso che concretamente vi siano le possibilità di una simile azione generica, indistinta e confusa, non ci si riesce a spiegare come i risultati pratici conseguiti, che si riconosce siano quelli di un "approfondimento del processo di socialdemocratizzazione delle masse", possano conciliarsi con la ricostituzione del partito di classe. Per sostenere una simile tesi bisognerebbe svilupparla fino in fondo. Cioè: il processo di socialdemocratizzazione rompe l'equivoco pseudorivoluzionario del PCI e chiarisce la prospettiva "i riformisti con i riformisti, i rivoluzionari con i rivoluzionari"; quindi bisogna aiutare obiettivamente il processo di socialdemocratizzazione. Ma un simile tatticismo sarebbe deleterio e non aiuterebbe la formazione del partito rivoluzionario che si rafforzerà anche grazie alla rottura dell'equivoco pseudorivoluzionario operata dalla socialdemocratizzazione, ma si rafforzerà, soprattutto, se il polo di attrazione rivoluzionario, costituito da nuclei di quadri stretti attorno ad un programma, sarà rimasto fermo teoricamente, intransigente nella pratica e nella teoria, incontaminato da ogni spuria influenza e da ogni minima corresponsabilità.

Guerra o esportazione di Capitali?
Certamente le zone arretrate non possono costituire l'unica valvola di sicurezza per i paesi imperialisti. Anzi, attualmente, la principale valvola di sicurezza per questi paesi è costituita dalle spese belliche. Ma non è stato sempre così ed esistono una infinità di ragioni per ritenere che non deve essere così necessariamente. Intanto l'investimento imperialistico nelle zone arretrate si è esteso enormemente in questo dopoguerra. Paesi come gli USA e l'URSS, che prima della guerra contribuivano debolmente all'investimento imperialistico, oggi lo monopolizzano. Se le loro spese belliche sono aumentate, non vuol dire che siano ribassati i loro investimenti imperialistici, ma, piuttosto, che è aumentata fortemente l'eccedenza di capitali. Questo specialmente per gli USA. Può essere investita ulteriormente questa eccedenza nella produzione bellica senza provocare una crisi generale? Tutto fa ritenere di no. E allora cosa fa l'imperialismo? Accetta passivamente la crisi generale piuttosto che allargare al massimo gli investimenti esteri che gli concederebbero per un certo periodo di continuare quella rotazione di capitale venutasi quasi a stagnare a causa dell'investimento bellico? Sarebbe assurdo pensare ad un suicidio. Potrebbe fare la guerra, ci si potrebbe rispondere. Giusto. Ma praticamente siamo così vicini alla terza guerra mondiale imperialistica? Ne esistono concretamente tutte le condizioni? Non pensiamo che i nostri obiettori siano in grado di sostenere questa tesi che però sarebbe nient'altro che la conclusione del loro ragionamento. Poiché se tale tesi fosse effettivamente valida ci troveremmo di fronte a problemi così immensi da ridicolizzare tutta la nostra precedente discussione.

La soluzione che le nostre Tesi davano alle suindicate domande era, invece, più realistica ed ancorata a tutta una serie di aspetti quantitativi. Si partiva cioè dalla premessa che l'imperialismo per un determinato periodo non ha nessun interesse a provocare una guerra mondiale ed ha tutto l'interesse a cercare di risolvere parzialmente le sue contraddizioni con l'esportazione di capitali nelle zone arretrate. Questa possibilità, data dall'esistenza e dalle necessità delle zone arretrate, gli permette di dilazionare la crisi generale e di legare al carro riformistico i proletariati metropolitani. Non a caso l'URSS ha aperto le vie della coesistenza pacifica e della competizione, vie che non significano altro che l'allargamento del mercato mondiale con il concordato inserimento dei vari gruppi imperialistici. Sostanzialmente si tratta della coesistenza negli investimenti e nel commercio sul mercato asiatico. Tutta la nostra strategia non può che essere determinata dallo studio di questo problema.

(" Bollettino interno della Sinistra Comunista ",
aprile-maggio 1958)

Dall'autarchia staliniana al mercato unico mondiale

Non avevamo ancora finito d'individuare uno degli aspetti più imperialisti dell'attuale corso "distensivo" della ripartizione del mercato mondiale e già la dinamica della realtà veniva con lampante chiarezza ad illuminare la validità dell'analisi marxista.

Noi avevamo detto che uno dei fattori che avevano determinato la svolta delle maggiori potenze imperialistiche era costituito dai movimenti d'indipendenza e di formazione di giovani capitalismi e che la nuova politica di suddivisione del mercato mondiale costituiva, per alcuni lati, un freno oggettivo verso questi movimenti. Basterebbe analizzare la congiuntura dei prezzi internazionali per trovare una politica unitaria dell'imperialismo ai danni dei paesi produttori di materie prime.

Tale analisi ci ripromettiamo di fare nel futuro commentando un libro di Slobodan Brankovic sui problemi economici dei paesi sottosviluppati, in cui l'autore documenta particolarmente il quadro degli scambi internazionali tra paesi industrializzati e paesi sottosviluppati ed il rapporto fra i prezzi delle merci esportate e i prezzi delle merci importate. E questo è solo un aspetto: identica unità la potremo trovare nella politica degli investimenti nelle zone arretrate.

Il risultato a cui si perviene è esattamente l'opposto di quello che ci viene presentato dalla propaganda assordante di Washington e di Mosca: la "distensione", o l'accordo tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, non è il frutto della "competizione pacifica" sul terreno delle zone arretrate bensì queste sono il frutto dell'accordo tra le due maggiori potenze. La Russia non è ancora in grado di operare una potente competizione economica imperialistica con l'America e, quindi, in cambio di un accordo distensivo che le permette di sviluppare e consolidare la sua economia ed il suo regime, aiuta obiettivamente l'imperialismo statunitense a superare le sue crisi e ad operare sul mercato mondiale, zona sovietica compresa. Tutto ciò non avviene chiaramente, ma in effetti è la tendenza di sviluppo.

Stalin aveva cercato di teorizzare una inesistente scissione del mercato mondiale in due mercati: in pratica non si trattava di una scissione ma di una certa chiusura autarchica, nel periodo della cosiddetta "guerra fredda", dei due mercati. Gli attuali dirigenti sovietici non solo teorizzano l'unità del mercato mondiale ma con tutta la loro attività pratica tendono a questo scopo. Quando sarà definitivamente concluso il processo d'integrazione dell'URSS nel mercato mondiale imperialista, lo sviluppo economico sovietico avrà goduto di tutti i benefici della comunione con i gruppi imperialistici tradizionali ed avrà permesso il potenziamento della classe dirigente burocratica, ma dovrà subire tutte le contraddizioni, le oscillazioni, gli squilibri e le crisi del mercato mondiale imperialista. In una economia parzialmente chiusa, come ad esempio era quella dei primi piani staliniani, la congiuntura dei prezzi internazionali non incide notevolmente.

In una economia integrata nel mercato mondiale, in cui sviluppo e ritmo di sviluppo di determinati settori, per non dire di tutta l'economia, dipendono in certa misura dagli scambi internazionali; la congiuntura dei prezzi agisce in maniera determinante e quindi occorre una determinata politica internazionale per operare nella variazione della congiuntura. Questa politica praticamente è uno degli aspetti dell'imperialismo. Si capisce, perciò, perché anche attualmente la Russia si accodi alla politica internazionale dei prezzi determinata soprattutto dall'America e non faccia nulla effettivamente di "competitivo" per spezzarla. Si dirà che la Russia non è ancora in grado di far ciò. Appunto: è quello che volevamo dimostrare.

Quando l'URSS avrà una capacità economica espansiva tale da poter fare una "competizione" di esportazione di capitali e di scambi commerciali veramente pericolosa per gli altri gruppi imperialisti, allora tutto il quadro "distensivo" cambierà di toni e di colori e la lotta per i mercati assumerà forme violente. Probabilmente, con il formarsi di nuove economie industriali nelle attuali zone arretrate, anche lo schieramento delle alleanze sarà diverso e non spetta a noi fare profezie che, in definitiva, non intaccano la sostanziale tendenza dell'imperialismo alla crisi e alla guerra.

Quello che era ed è certo è che la politica di accordo tra il gruppo sovietico ed i gruppi occidentali pone se non un freno almeno un tentativo di incanalare i movimenti di liberazione coloniale nell'alveo degli interessi imperialistici. Questo tentativo avviene tra mille contraddizioni, dato che vi sono interessi comuni ed interessi divergenti tra i vari gruppi. Prendiamo ad esempio l'Algeria. In Algeria la Russia non ha e non potrà avere in un prossimo futuro degli interessi imperialistici. Gli Stati Uniti, invece, potrebbero trovarvi un fertile campo di interesse con investimenti industriali e petroliferi, scambi commerciali, prestiti, ecc. Già da tempo è in corso, nella zona, una loro lenta penetrazione. La Francia cerca, nella contorta linea De Gaulle, di combinare - senza provocare insanabili scissioni - gli interessi del capitalismo monopolistico metropolitano con gli interessi della retriva borghesia agraria coloniale. Il movimento algerino, infine, nell'appoggio delle varie correnti del nazionalismo arabo, riunisce nel suo seno le tendenze alla moderazione ed alla intransigenza.

Vi sono, cioè, potenti forze che tendono ad una soluzione pacifica del problema algerino nei termini della formula di De Gaulle dell'autodeterminazione.

Anche l'URSS, con la nuova svolta distensiva, appoggia la formula di De Gaulle. Nel discorso del 30 ottobre al Soviet Supremo, Kruscev dichiarava: "è noto che tra la Francia e l'Algeria esistono stretti legami creatisi nel corso della storia", dopo aver detto che "la recente proposta da parte di De Gaulle di risolvere la questione algerina sulla base dell'autodecisione, mediante la consultazione della popolazione dell'Algeria, Può avere una funzione importante per sistemare il problema algerino". Kruscev non solo appoggiava la linea di De Gaulle per l'Algeria, ma ne assolveva pure il ruolo colonialista. Gli "stretti legami", per il popolo algerino sono stati una stretta mortale: centotrenta anni di dominazione, di spoliazione, di sfruttamento e di massacri, cinque anni di gloriosa insurrezione, un milione di vittime su un totale di nove milioni di abitanti! Invece di invitare il proletariato francese - abbrutito da decenni di sciovinismo predicato dalle destre, dai socialdemocratici e dai nazionalcomunisti - a risvegliare la sua tradizione internazionalista e ad allearsi con i braccianti algerini per rompere definitivamente quegli sporchi e sanguinosi "legami" colonialisti, il capo di un paese che si definisce "socialista" invita il capitalismo francese a risolvere le sue brutali contraddizioni, poiché ciò "contribuirà all'accrescimento dell'autorità internazionale della Francia della sua funzione come grande potenza."

"Nessun alleato aveva mai fatto un discorso così leale alla Francia", commentava subito dopo "l'Unità" mentre il PCF correva già dietro al filogollismo di Mosca.

In una riunione del Comitato Centrale M. Thorez scaricava praticamente le responsabilità su Duclos, dicendo che il giudizio da questi rilasciato sulla dichiarazione di De Gaulle "in cui l'autodeterminazione sia considerata come una manovra puramente demagogica del generale" era "in contrasto con la linea fissata dal Congresso del partito e dai suoi organismi dirigenti." Non solo, per ovviare al "disorientamento dei compagni" Thorez ricordava che "altre volte il partito ha dovuto modificare rapidamente l'ordine di battaglia: nel 1934, dopo la dichiarazione Laval-Stalin e nel 1939, dopo il patto germano-sovietico" e concludeva dicendo "ci troviamo di fronte a un cambiamento preciso e previsto, che va nel senso della nostra analisi e della nostra politica". A prescindere da questa ennesima prova di rapido adeguamento anche formale alle mosse sovietiche, c'è da dire che sostanzialmente la conclusione di Thorez corrisponde alla verità.

Malgrado certe affermazione plateali - mai accompagnate da gesti concreti - e piuttosto equivoche nei riguardi della guerra algerina, la linea del PCF non ha mai abbandonato, dal 1936 in poi, il sostanziale appoggio al colonialismo. Dal governo del Fronte Popolare che arrivò a sciogliere e reprimere i movimenti nazionalisti delle colonie, al primo governo De Gaulle di "unità nazionale" che riaffermò il dominio coloniale, ai massacri spaventosi del 1945 e 1947 complici i ministri comunisti, all'appoggio ed ai "pieni poteri" concessi a Mofiet, all'abbandono del movimento di diserzione e di rivolta verificatosi in occasione dei numerosi richiami alle armi, tutta la politica del PCF è un continuo rinnegamento dei principi internazionalisti di sostegno concreto all'indipendenza coloniale. Il PCF mai ha invitato, incoraggiato, sostenuto alla ribellione i giovani lavoratori francesi inviati ad uccidere e a morire in Africa, mai ha organizzato scioperi generali di protesta contro la "sporca guerra", mai ha dichiarato apertamente ed altamente che l'Algeria ha diritto ad una totale ed integrale indipendenza. Sempre ha cercato di coprire il suo opportunismo con generiche ed inefficaci richieste di "pace" e di "soluzioni pacifiche" e quando l'Armata di Liberazione Algerina sviluppò giustamente le sue azioni di guerra nel territorio nemico francese, ancora una volta lo sciovinista Thorez gettò la maschera e deplorò ufficialmente l'iniziativa algerina! Sempre pronto a giustificare ogni appoggio all'URSS in nome dell'internazionalismo, arrivava a condannare chi la propria lotta di liberazione voleva farla sul serio colpendo al cuore il nemico.

Con tanti attestati di benservito verso la "grande" patria francese, ha ragione Thorez a rivendicare la sua continuità di "servizio". Per favorire la "distensione" l'URSS ed il PCF si apprestano a favorire il piano di soluzione pacifica dei monopoli francesi, tedeschi e americani. Pacificata l'Algeria questi monopoli avrebbero una utile zona di investimenti e magari di lotta sotterranea per la supremazia, cioè avrebbero le spalle al sicuro per poter trattare e commerciare più tranquillamente con l'URSS e ciò è per Kruscev e Thorez quello che più conta. Il fatto che l'ala più intransigente del movimento di liberazione algerino, quella che rappresenta ed esprime il contenuto sociale dei braccianti e dei contadini poveri e che nel prosieguo e nella radicalizzazione della lotta inevitabilmente porterebbe avanti i problemi di una "via cinese" di sviluppo economico e politico, venga invischiata nelle tattiche di compromesso favorite dall'ala moderata, che certi problemi sociali vuole ed ha interesse ad accantonare, rappresenta obiettivamente un indebolimento dell'indipendenza coloniale e delle sue punte più avanzate.

Non per niente Kozlov, in occasione dei recenti colloqui con Séku Touré, sentiva il bisogno di polemizzare con "quanti vedono, nella distensione e nella politica di coesistenza pacifica, un pericolo di indebolimento delle lotte dei paesi coloniali, un cedimento." È inutile dire che questi "quanti" sono tanto numerosi nei movimenti d'indipendenza da costringere Kozlov a tenerne conto. Ancor più inutile è dire che nel caso algerino tutti costoro hanno trovato una conferma alla loro tesi, una conferma clamorosa. E noi con loro.

(" Azione Comunista " n. 49, 30 gennaio 1960)

Il significato della " distensione " nel quadro di una circolazione mondiale dell'imperialismo

Con il viaggio di Kruscev in Asia e di Eisenhower nell'America Latina si può dire che siamo entrati nella seconda fase della "distensione". Seguono, in ordine di tempo, il viaggio di Kruscev in Francia, il vertice degli occidentali, il viaggio di Ike [Eisenhower] in URSS, il vertice occidentale-sovietico; cioè tutta una serie di tappe che vanno riferite più all'allineamento interno nei rispettivi blocchi che ai rapporti americano-sovietici veri e propri.

Questi rapporti, infatti, si vanno delineando concretamente nelle grandi aree economiche del mercato mondiale prima di venire trattati nei corridoi segreti della diplomazia. Ed è sul terreno pratico, economico, internazionale che la distensione assume il suo vero significato. Da Camp David alle crociere dei viaggiatori di commercio, dai discorsi generici sulla pace alla sostanza "mercantile" della pace imperialistica: ecco le linee logiche della distensione, ecco il suo vero volto. Dopo la prima fase del lancio pubblicitario politico, la seconda fase del lancio pubblicitario commerciale. Il positivo, in tutto ciò, è che mai come adesso la politica si è dimostrata apertamente e senza veli "ancella della economia"; mai come adesso la politica dichiara apertamente lo scopo economico che la sostanzia! I due paesi che più rappresentano, e per qualità e per quantità, lo sviluppo storico del capitalismo monopolistico-statale, sono i due paesi che, per bocca degli uomini che li rappresentano, più manifestamente proclamano i loro propositi economici di espansione imperialistica e di conquista dei mercati. Poco importa se questi loro propositi li infiorano di parole come "democrazia" o "socialismo", "aiuti fraterni" o "solidarietà occidentale". Il fatto è che anche queste parole vanno mano a mano scomparendo dal vocabolario della cosiddetta "competizione pacifica" e che gli atti economici si impongono sempre più con la loro evidenza. Se osserviamo attentamente la stessa propaganda imperialista troveremo che tende a far risaltare sempre più determinati elementi economici quali, ad esempio, gli investimenti presentati come "aiuti" e "prestiti".

La stessa gara propagandistica tra americani e sovietici è impostata, a differenza del passato, quando assumeva una coloritura "ideologico-morale", come una grande gara economica i cui "traguardi volanti" sono rappresentati pubblicitariamente dalle merci vendute e dai milioni di dollari prestati. E non a caso la propaganda assume questi toni. L'imperialismo, giunto alla fase della sua massima espansione, squarcia tutti i veli delle sue mistificazioni ed innalza alla massima potenza il feticismo della merce. Produzione, merce e mercati rimangono la sua ultima, la sua vera, la sua unica "santa trinità".

Anche la propaganda verso le masse diventa una propaganda basata su di un più chiaro feticismo della produzione, e gli argomenti da essa usati sono sempre meno quei logori e pseudomorali luoghi comuni di una volta. Sotto questo aspetto è l'americanizzazione (cioè la sovrastruttura del capitalismo più sviluppato) che trionfa e che è abbracciata anche dalla propaganda sovietica e filosovietica. La nuova ideologia americanizzante, che costituisce la forma e la fortuna della linea krusceviana, ha al suo centro la sfida economica, la competizione, il confronto economico, che è poi, dichiaratamente, il raggiungimento del tenore di vita americano. Se anche la propaganda ha assunto queste forme nuove significa che anche l'atteggiamento delle masse, la loro mentalità, la loro psicologia ha subito fortemente l'influenza di tale feticismo. Le correnti riformiste prestaliniane e lo stalinismo stesso, nella loro propaganda accentuavano gli aspetti ideali e morali, ossia il loro sostanziale feticismo capitalistico era ancora ammantato di residui ideologici piccolo borghesi o di derivazione socialista; solo in questo modo riuscivano ad ingannare larghi strati di proletariato. Oggi anche questi residui vanno scomparendo ed il linguaggio diventa un chiaro linguaggio capitalistico-produttivo. La produzione capitalistica, nei suoi rapporti di produzione, viene accettata come un fatto economico perenne e naturale: la propaganda ideologica è concentrata nella discussione sui rapporti giuridici di proprietà, cioè su un elemento secondario della critica socialista e marxista. Fermi restando i rapporti di produzione capitalistici, capitale e salario, nella gestione monopolistica privata o nazionalizzata, il confronto ideologico, la differenziazione tra le masse che seguono o parteggiano per l'uno o l'altro tipo di gestione, è su chi produce di più e in minor tempo. La propaganda ideologica, come dicevamo, è diventata finalmente pura economia.

L'imperialismo si è tolto la maschera, e questo è un bene. Siamo, però, ancora in una fase in cui il proletariato non ne ha coscienza perché le condizioni oggettive non lo spingono ancora ad assumere una netta autonomia di classe. L'imperialismo si è tolto la maschera, ma il proletariato non vede ancora nel nudo volto i caratteri del suo mortale nemico.

Ad esempio, ieri la propaganda filosovietica presentava l'URSS come una società senza classi in cui gli operai esercitavano effettivamente n potere. Quando noi sostenevamo che si era creata una classe dominante, composta da alti burocrati e da alti manager, ci si rispondeva con insulti.

Oggi "l'Unità" del 4 marzo 1960, per la penna dell'inviato Mario Pirani alla Fiera internazionale di Lipsia, chiaramente scrive: "Indiani, egiziani, brasiliani, russi, irakeni, tedeschi delle due Germanie, inglesi, congolesi, tutto il multiforme esercito degli uomini d'affari di mezzo mondo, gli industriali privati e i manager dell'economia socialista, sono come presi da un vorticoso carosello di incontri, di conferenze stampa, di visite ai diversi padiglioni, in una frenetica attività dalla quale dovranno uscire accordi che si tradurranno in lavoro per migliaia di fabbriche e in scambi per miliardi di marchi, di rubli, di dollari, di lire, ecc."

Alla spregiudicatezza dei redattori picisti nell'esaltarsi alla visione "frenetica" del mercato imperialista e nel trovarvi i "manager dell'economia socialista", fa riscontro l'accettazione della base per la quale la vecchia e mistica visione del mondo staliniano diventa la nuova visione krusceviana del mondo con i manager "socialisti" di sopra che trafficano e comandano e gli operai di sotto che lavorano per arrivare, un giorno, a comprarsi a rate il frigorifero, la televisione, l'utilitaria.

Se si comprendono queste caratteristiche che compongono la propaganda della distensione ad uso delle masse si comprendono pure gli scopi pubblicitari dei viaggi nelle zone sottosviluppate. In questi viaggi il carattere economico della propaganda è ancora più manifesto di quanto possa esserlo nei paesi industriali, ma il rapporto sostanzialmente cambia. Nel primo caso è un rapporto riformistico classe dominante-proletariato. Nel secondo caso è, invece, un rapporto da potenza imperialistica a paese arretrato. Il primo è un rapporto di classi antagoniste, il secondo di classi concorrenziali in potenza, anche se il diverso grado di sviluppo economico fa sì che quelle più forti siano imperialiste e quelle più deboli siano sottomesse dalle condizioni semicoloniali. Eppure i due tipi di rapporti sono interdipendenti, e non potrebbe essere altrimenti in una fase storica che vede l'imperialismo, che è giunto allo stadio più vasto in estensione ed in intensità, stringere il mondo in una rete fittissima di scambi commerciali e di investimenti.

Per il fatto stesso che le maggiori potenze industriali sono lanciate nei mercati sottosviluppati, all'interno di queste potenze sorge la necessità e la possibilità di legare maggiormente, al fine di evitare pericolosi squilibri, i propri proletari al processo di produzione. La forza lavoro deve diventare, quindi, un elemento efficiente della produzione, capace, istruita, bene ingrassata, calma e non scontenta. Maggiore istruzione tecnica, maggiori mezzi di sussistenza, maggiori mezzi di evasione, forse anche minore tempo di lavoro: tutto questo nella pseudorazionalità dei manager americani e russi si traduce in maggiore efficienza dell'apparato produttivo, quindi in maggiore estrazione del plusvalore relativo ed, infine, in maggiore capacità di esportare mezzi e capitali per conquistare quei mercati dove tutte queste condizioni avanzate non esistono.

il rapporto tra classe dirigente e proletariato diventa, quindi, un rapporto riformistico-paternalistico di questo tipo, a cui si adeguano rapidamente le ideologie feticiste. È da tenere presente che più l'apparato produttivo è avanzato, più il proletariato, in questo senso, ne viene integrato e più le ideologie subiscono rapidamente il processo di adattamento e di svolta. Quale maggiore conferma alla tesi marxista delle ideologie come finzioni sovrastrutturali, che quella che abbiamo sotto gli occhi? Negli Stati Uniti, cioè nel paese dove il processo sopra descritto è giunto alle più tipiche espressioni, abbiamo assistito in poco tempo alla svolta della cosiddetta "opinione pubblica" da una ideologia maccartista ad una ideologia "distensiva". In generale, si può dire che l'adeguamento ideologico alle nuove esigenze imperialistiche distensive della produzione è stato più rapido e più facile negli Stati Uniti che nell'Unione Sovietica, dove l'integrazione apparato produttivo - apparato politico - mezzi d'informazione - opinione pubblica - proletariato non è così avanzata o, almeno, è più rozza che in America.

Ma, come dicevamo, il riformismo nelle potenze imperialiste non è fine a se stesso ma è strumento dell'espansione mondiale. Nello stesso tempo è una necessità per poter sviluppare tale espansione ed è permesso dai risultati di quest'ultima, cioè dal sovrapprofitto imperialistico così magistralmente analizzato da Lenin nella descrizione dell'aristocrazia operaia dei paesi imperialisti.

Il problema che deve essere posto, dopo aver visto in quali forme oggi si manifesta la politica imperialista di formazione dell'aristocrazia operaia, è quello che riguarda le possibilità future di continuazione di tale politica. Intanto, bisogna dire che oggi, per determinate condizioni che altre volte abbiamo descritto, l'espansione imperialista contribuisce in qualche modo all'industrializzazione delle zone arretrate. Anzi, occorre notare che la espansione imperialistica è attualmente molto lenta, data l'estrema burocratizzazione e le sfere improduttive dei paesi industrializzati. In secondo luogo, bisogna tenere conto che il rapporto paesi imperialisti - paesi arretrati subisce e subirà una diversa dinamica nella misura in cui i secondi procederanno nella industrializzazione. Sarà questa dinamica ad accelerare le contraddizioni nei paesi imperialisti e a far saltare le attuali ideologie feticiste.

(" Azione Comunista " n. 46, 29 giugno 1959)

Kruscev: un cane morto

"Non buttatemi sempre questo cane morto tra i piedi" rispose una volta Kruscev ad alcuni giornalisti che gli chiedevano di Trotsky. Oggi il cane morto è lui e nessuno lo avrà tra i piedi.

Questo rozzo e sincero esponente dell'imperialismo russo una verità l'aveva detta: per lui il rivoluzionario Trotsky, il creatore dell'Armata Rossa, il militante morto sulla trincea della lotta contro lo stalinismo, era un cane morto. Aveva contribuito ad ucciderlo e non ne voleva sentire nemmeno il nome.

Ma vi sono leggi storiche più forti delle vigliaccheria, delle paure, dei desideri degli uomini.

Una di queste leggi ha travolto Kruscev e lo ha ributtato tra i rifiuti della controrivoluzione da dove era emerso nella sua folgorante e pur breve carriera. Eppure qualche servizio lo ha reso all'imperialismo e a noi. Per la prima volta questo pagliaccesco villano ha proclamato forte quello che i suoi compassati compari pensavano tacendo, ha tirato giù la maschera ad un sistema che si nascondeva dietro il "socialismo", ha mostrato al mondo quale era la classe dirigente che rappresentava.

In fondo Kruscev non aveva fatto altro che portare alle sue massime conseguenze i principi dello stalinismo, le pratiche della controrivoluzione, gli interessi del capitalismo russo. Quello che Stalin e lo stalinismo facevano mascherandolo di roboanti ed ipocrite frasi sul marxismo-leninismo, come oggi fanno i maoisti, Kruscev lo fece chiamando le cose con il loro nome.

A coloro che da quarant'anni massacrano fisicamente e teoricamente rivoluzionari e rivoluzioni, ebbe il coraggio di dire "Viva il gulasch, abbasso la rivoluzione!" A coloro che da quarant'anni trescano con i gruppi imperialisti, fanno accordi segreti, si dividono a Potsdam ed a Yalta le "sfere di influenza", barattano rivoluzioni coloniali con alleanze borghesi, ebbe la franchezza di indicare chiaramente quali erano i fini della potenza russa, gli scopi della "coesistenza pacifica", le prospettive del mondo. A coloro che per quarant'anni avevano eretto il mito del "paradiso sovietico" ebbe la brutale sincerità di dire che quel "paradiso" era una menzogna basata su crisi ed insuccessi economici e che la patria del "socialismo in un paese solo" doveva lavorare duramente per imitare gli Stati Uniti, per raggiungerli, per eguagliarli, per essere ancor più capitalista.

Solo degli ipocriti o degli abbrutiti da tanti anni di propaganda staliniana potevano tapparsi le orecchie agli strilli di Kruscev. Le sue "confessioni" venivano da lontano, venivano dagli anni in cui la controrivoluzione staliniana aveva distrutto la prospettiva leninista della rivoluzione internazionale ed aveva bruciato anima e corpo del proletariato sull'altare dell'edificazione del capitalismo privato e di Stato in Russia. Noi marxisti le avevamo previste e da decenni dicevamo, con Marx e Lenin, con dati e cifre, quelle cose che dopo tanti anni Kruscev confessava. Noi le dicevamo e le diciamo per aprire una prospettiva alla rivoluzione proletaria internazionale, lui per affossarla, per elevare l'URSS al rango della massima potenza economica imperialista.

Ma, lo ripetiamo, solo gli ipocriti o le ingenue vittime della propaganda dei vari PC possono far mostra che queste cose non siano state dette, possono mettere la testa sotto la sabbia.

Indietro non si torna, e non perché lo abbia detto Kruscev e lo diciamo noi. Indietro non si torna perché la "voce" di Kruscev registrava i fatti, le tendenze, i fenomeni della società sovietica. Kruscev non ha fatto che registrare ciò che lo stalinismo ha compiuto. I rapporti segreti, le denuncie dei crimini, la destalinizzazione era il minimo che gli epigoni di Stalin potessero fare per tentare di arginare la protesta operaia che saliva dalle fabbriche e che doveva esplodere in Ungheria, era il minimo che potessero fare per tentare di ammorbidire questa protesta in una operazione riformistica che prometteva maggiori salari, più case, più beni di consumo.

Rigettando rumorosamente il passato, gli epigoni di Stalin scelsero un metodo ed un uomo adatto per una operazione che avrebbe loro permesso di uscirne nel miglior modo possibile.

La destalinizzazione rappresentò e rappresenta il tentativo di fare imboccare una via "americana" al capitalismo russo. In questo Kruscev vide giusto, agì giustamente negli interessi generali della classe dirigente russa.

Poco contava la forma, fondamentale era la sostanza. E nella sostanza Kruscev ha rappresentato perfettamente questi interessi. Che poi, nella classe dirigente russa, come in tutte le classi dirigenti, vi siano interessi settoriali divergenti, vi siano interessi discordanti tra i vari settori aziendali ed apparati amministrativi, vi siano problemi di scelta sul rapporto più o meno riformistico da instaurare verso il proletariato, vi siano esigenze non risolte di coordinare gli interessi particolari di singoli gruppi capitalisti e burocratici con gli interessi generali dello Stato imperialista, è un problema che nessun Kruscev o nessun Roosevelt, nessun De Gaulle o nessun Suslov riuscirà mai a risolvere. È una delle contraddizioni del sistema capitalistico che né il rafforzamento dello Stato né la concentrazione industriale e finanziaria in grosse unità produttive riesce a far sparire. Figurarsi in URSS, dove il rafforzamento dello Stato e la concentrazione capitalistica è lungi, anche in questo campo, dall'aver raggiunto l'America!

Kruscev è stato vittima delle contraddizioni interne della sua classe e del suo sistema capitalistico, ma soprattutto della arretratezza, relativa agli Stati Uniti s'intende, e delle contraddizioni del suo sistema. Tale arretratezza ha impedito, ad esempio, una mediazione tra gli interessi della grande industria collegata al militarismo e l'industria leggera rivolta verso i consumi, tra l'industria petrolchimica interessata allo sviluppo capitalistico dell'agricoltura e la media e piccola borghesia colcosiana, e tra tutti i vari gruppi burocratici che in un modo o nell'altro riflettono questi interessi.

Nell'organismo, il Comitato Centrale, che attualmente riflette tutte queste tendenze e dove il linguaggio "ideologico" maschera i reali interessi economici e sociali sia nella politica interna come nella politica internazionale (esportazioni di capitali, scambi commerciali, alleanze, rapporti con la Cina, ecc.), esattamente come nel Congresso americano "democrazia" e "libertà" hanno questa funzione, l'alchimia del compromesso ha elaborato una soluzione contingente. Non sarà di certo l'ultima. E ciò non ci scandalizza.

I compromessi, le alchimie, le mediazioni e le decisioni delle cento più potenti, più potenti del Comitato Centrale russo, Corporation americane sono più segrete, più perfette, più efficienti.

Ma che negli Stati Uniti comandi la classe operaia nessuno lo dice. A quelli che lo dicono, invece, per l'URSS una sola risposta è valida: impostori, falsari, buffoni!

(" Azione Comunista " n. 92, ottobre 1964)

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Ultima modifica 10.09.2001