L'imperialismo unitario

Arrigo Cervetto (1950-1980)

 


Trascritto per inetrnet da Dario Romeo, settembre 2001

Capitolo sesto
L'UNITA' DELL'IMPERIALISMO
NELLA "COESISTENZA PACIFICA", 1957-1964

Nota introduttiva
Il corso dell'imperialismo nel 1956-57
L'unità dell'imperialismo nel confronto USA-URSS
Tesi sullo sviluppo imperialistico, durata della fase controrivoluzionaria e sviluppo del partito di classe
L'impostazione strategica delle "Tesi" del 1957
I limiti della recessione americana
L"'imperialismo unitario" nella posizione dell'URSS sulla recessione USA
Il Piano delle promesse sbagliate
Dall'autarchia staliniana al mercato unico mondiale
Il significato della "distensione" nel quadro di una circolazione mondiale dell'imperialismo
Il Giappone negli equilibri asiatici
Kruscev: un cane morto

L'unità dell'imperialismo nel confronto USA-URSS

La Russia lavora per l'America
La questione agraria russa
Alla ricerca della classe
Alcuni quesiti sul capitalismo di Stato
La svolta nell'agricoltura
Il caos industriale
Crollo di un mito: il ritmo di incremento
Una realtà: la libera iniziativa
Un problema: l'investimento
Meno concentrazione in Russia che in America
Il vecchio capitalismo di Stato
Capitale privato reso con interesse
Niente di nuovo: è sempre capitalismo
Previsioni per il 1957
La burocrazia senza centro

La Russia lavora per l'America
Il primo bilancio sul Sesto Piano Quinquennale, le decisioni in materia economica prese dalle ultime sessioni del CC del PCUS, le discussioni e le deliberazioni del Soviet Supremo ci offrono l'occasione di tentare a grandi linee un quadro dello sviluppo economico sovietico e delle tendenze che lo caratterizzano. Questo ci permetterà, in un secondo tempo, di porre le basi per una analisi di confronto con lo sviluppo del capitalismo americano in modo da avere, tolti di mezzo gli stupidi slogan sulla "competizione", una visione abbastanza chiara della situazione attuale dell'imperialismo nel mondo.

Non a caso la nostra concezione sull'imperialismo unitario parte dalla considerazione per cui ogni settore economico nazionale, al di sopra di ogni contrasto che lo pone in lotta per la conquista e la ripartizione dei mercati, è sempre più legato al sistema economico mondiale e in questa interdipendenza lavora e contribuisce allo sviluppo dell'imperialismo.

Non c'è nulla di assurdo, quindi, nell'affermazione secondo la quale il capitalismo statale sovietico sorregge e rafforza, come ultima conseguenza, l'imperialismo americano. Nella misura in cui il mercato sovietico si espande ne risulta beneficiato il capitalismo statale sovietico direttamente, ma, soprattutto, indirettamente (e qui sta il carattere peculiare dell'imperialismo) chi ne riceve i massimi vantaggi è il gruppo capitalista più forte, cioè il gruppo americano. Bastino due dati fondamentali a comprovare questa legge di sviluppo dell'imperialismo unitario.

1) Mano a mano che la produzione dell'URSS è andata accrescendosi ed il suo conseguente mercato è andato estendendosi alle Democrazie Popolari e a certe zone asiatiche, la produzione di tutti i Paesi capitalisti si è elevata e per alcuni di questi il ritmo di incremento è stato superiore a quello della stessa Unione Sovietica. Nel proposito sovietico di allargare il commercio con i paesi occidentali vi è una esigenza obiettiva dell'economia capitalista e cioè la necessità per ogni mercato nuovo di aumentare lo scambio di merci e di capitali, ossia di creare estesi e fittissimi legami economici internazionali. Nella fase imperialistica nessun mercato economico può più bastare a se stesso dato che ogni mercato ha bisogno per il suo ritmo di sviluppo, che tende a mantenersi nella media del ritmo mondiale, di capitali esterni. Si veda quello che sta capitando in certi settori delle Democrazie Popolari o dei paesi asiatici. L'URSS ha allargato il mercato sino al punto che questo non solo non è autosufficiente ma è superiore alle stesse possibilità di espansione imperialistica sovietica. Si è creato un "vuoto di potenza economica" che può essere colmato solo dal serbatoio capitalistico più colmo del mondo: gli Stati Uniti.

È quello che sta capitando in Polonia e che si sta profilando per l'Ungheria, l'India e la Cina. Tale funzione da "battistrada" non è economicamente una funzione di sostegno e di stimolo della produzione statunitense?

2) L'espansione del mercato capitalistico compiuta nell'URSS sia allargando la produzione che ammettendo nel ciclo mercantile nuove zone prima isolate nell'economia feudale, quindi incrementando lo scambio mercantile ed il bisogno di prodotti industriali, non ha assolutamente un carattere competitivo. Nella fase imperialista il capitalismo non è più competizione economica, né nazionalmente né internazionalmente, come parzialmente poteva esserlo nella fase manifatturiera e premonopolista. La conquista e la ripartizione dei mercati, che ha nella guerra la sua massima manifestazione, non è assolutamente un momento della competizione ma una fase della produzione. La guerra è, economicamente, una necessità di produrre per distruggere il prodotto e per produrre nuovamente il distrutto.

Non vi è, quindi, nessuna competizione tra nazioni dato che non vi è nessun paese economicamente indipendente. Per meglio dire, non vi è nessuna nazione che abbia un capitale veramente "nazionale", poiché nella fase imperialista nazione economicamente indipendente può essere solo quella retta ancora a sistema feudale. A dispetto di tutte le retoriche democratiche, più un paese è arretrato e più è indipendente perché per riprodurre la sua miseria non ha bisogno di nessuno, perché l'andamento e le tendenze di crisi dei paesi più avanzati influiscono minimamente sulla sua chiusa economia, perché infine può bastare a se stesso.

Quindi "competizione" è un termine fuori luogo se impiegato nell'economia moderna. Il sistema capitalistico è un sistema mondiale che possiamo raffigurare come una serie di vasi intercomunicanti il cui contenuto è rappresentato dalla produzione mondiale e dal profitto che questa determina. Dalla potenza di ciascun vaso (potenza derivata dalla capacità produttiva e produttivistica) dipende il peso più o meno forte che il singolo paese ha nel complesso generale. In sostanza la cosiddetta competizione si risolve sempre più nel rafforzamento dei gruppi capitalistici più forti. Nel caso concreto la competizione rafforza in primo luogo gli Stati Uniti e, solo in modo subordinato, l'Unione Sovietica ed altri paesi. Se non fosse così, perché sono stati gli USA quelli che, proporzionalmente, si sono avvantaggiati di più nella "competizione" e nelle gravi crisi scaturite da questa? In sostanza tutti i fenomeni economici e politici dell'imperialismo debbono essere visti nella loro dialettica unità. Non vi è possibilità di scelta. Chi sceglie o parteggia, pur con tutte le riserve, per la Russa o l'America non sceglie una parte ma tutto l'imperialismo.

Ciò è tanto più vero quanto più dimostra lo stesso sviluppo dell'imperialismo tendente ad uniformare, anche nel massimo delle sue contraddizioni, i suoi caratteri peculiari. A prescindere dalle forme politiche, anch'esse però in sviluppo unitario verso la formula "democratica", l'analisi economica ci consegna una realtà in movimento verso fenomeni comuni e marcatamente "unitari".

La questione agraria russa
Il problema chiave dell'economia sovietica è sempre stato, e lo è oggi maggiormente, la questione agraria. Basti considerare due fatti incontestabili: a) la maggioranza della popolazione attiva è addetta al settore agricolo; b) l'agricoltura produce la parte minore del reddito nazionale. In cifre approssimative, il calcolo esatto non essendo indispensabile alla nostra tesi, ciò significa che la popolazione attiva agricola rappresenta un grosso 59% della popolazione attiva totale e produce solo il 38% del reddito nazionale. Sotto questo aspetto, la questione agraria pesa negativamente nell'economia sovietica più di quanto, ad esempio, possa pesare nell'economia italiana dove i contadini sono il 40% della popolazione attiva e producono il 25% del reddito nazionale.

Più in particolare possiamo dire che, dato il peso della questione agraria, l'Unione Sovietica si trova in posizione più arretrata di molti paesi occidentali e in condizioni peggiori nell'affrontare lo squilibrio industria-agricoltura che tali paesi, nel loro sviluppo industriale, hanno parzialmente risolto. È quindi naturale che il grado di produttività agricola nell'URSS sia molto più basso di quello di molti paesi occidentali e aggravi maggiormente il problema della produttività industriale. Senza scendere in una analisi particolareggiata, si può dire che la bassa produttività agricola influisce notevolmente sul livello di produttività industriale, dato che il prodotto agricolo rappresenta, in gran parte, il costo della forza lavoro industriale.

La lotta intrapresa al XIX Congresso e soprattutto al XX Congresso del PCUS per elevare la produttività industriale non poteva che indurre i dirigenti sovietici ad elaborare una nuova politica agraria.

Nel seguire le grandi linee di questa politica possiamo avere un quadro delle tendenze che sono alla base dello sviluppo economico sovietico e della caratterizzazione di classe che si manifesta parallelamente.

Alla ricerca della classe
Innanzitutto dobbiamo dire che, spesse volte, lo schematismo ci impedisce di dare una precisa definizione della natura sociale dell'URSS. Con il termine "capitalismo di Stato" applicato all'intera struttura sovietica si è sopravvalutata una tendenza economica, si è teorizzato, in modo troppo meccanico, il corso di una legge di sviluppo del capitalismo senza tener conto della forza dei suoi contrasti; insomma si è pensato che lo sviluppo del capitalismo di Stato fosse rapido e irreversibile, oltre che totale. In tal modo il capitalismo di Stato da tendenza dominante, quale è, appariva tendenza generale e generalizzata.

Data la presenza economica attivissima dello Stato si era portati a fare del concetto "capitalismo di Stato" un pregiudizio che oscurava tanti altri fattori economici e, soprattutto, il movimento lento e non appariscente di questi. È stato questo movimento economico che ha portato alla luce la necessità di una più esatta valutazione economica. È stata la violenza con cui la questione agraria si è posta recentemente alla ribalta che ha dato la possibilità di comprendere meglio la dinamica economica sovietica e del suo capitalismo statale.

In questa dinamica scorgiamo meglio il peso del capitalismo privato, rappresentato dalle campagne, e possiamo dire che è improprio parlare dell'URSS come di una economia capitalistico-statale e che è più preciso definire la struttura sovietica una struttura capitalistica in parte privata e in parte statale. Per molti aspetti il settore attualmente prevalente è quello privato e ciò viene a confermare la tesi per cui l'esistenza del capitalismo statale è determinata e collegata dagli interessi del capitalismo privato. Come non può esistere un capitalismo monopolistico "puro", così non può esistere un capitalismo di Stato "puro".

In rapporto e proporzionalmente vi è più capitalismo di Stato in certi paesi occidentali che nell'Unione Sovietica.

A coloro che ad ogni costo vogliono constatare "fisicamente" la presenza della classe capitalista nell'URSS consigliamo di analizzare la struttura sociale delle campagne e particolarmente dei kolchoz. Il secondo obiettivo della loro attenzione dovrà essere l'alta burocrazia con il suo reddito, il suo risparmio ed il suo investimento nel prestito statale o in altre forme di tipico parassitismo. Certamente risulterà, da questa loro analisi, l'esistenza di un gruppo sociale di individui che corrisponde a tutti i requisiti della classe capitalista.

Noi, che consideriamo subordinata questa questione, seguiremo una strada più scientifica che ci porta al centro dei rapporti di produzione e delle leggi obiettive che li regolano.

Al XX Congresso Mikoyan metteva in rilievo il fatto che l'industrializzazione pesante aveva portato ad uno squilibrio tra città e campagna il cui "ulteriore accentuarsi sarebbe stato di serio ostacolo al nostro sviluppo". Era il riconoscimento che i rapporti tra capitalismo statale e capitalismo privato fissati dalla politica staliniana costituivano una remora allo sviluppo delle forze produttive, in generale, e dell'agricoltura, in particolare.

Dato che il settore colcosiano, come riconobbe lo stesso Stalin, non è socialista ma è un sistema cooperativo che conserva i caratteri del capitalismo privato, le vie per modificare i suddetti rapporti erano due: a) quella indicata da Stalin come superamento dei kolchoz, cioè come statizzazione della produzione agricola a conclusione del superamento del contrasto tra due settori confluiti in una economia unica; b) quella intrapresa dal XX Congresso, cioè accettazione del settore colcosiano, come fenomeno irreversibile e come fattore di contrasto nello sviluppo economico. In parole semplici meno capitalismo statale e più capitalismo privato.

Il rapporto viene modificato in favore del mercantilismo privato colcosiano. L'agricoltura diventa sempre più indipendente e meno controllata dallo Stato e non segue più il processo d'industrializzazione proprio della città. Anzi, non solo si è abbandonato ogni proposito di statizzare l'agricoltura, ma ormai lo sviluppo economico nazionale è concepito come una libera dinamica delle differenze tra industria e agricoltura.

Alcuni quesiti sul capitalismo di Stato
Prima di vedere in pratica come si pone la svolta agricola, consideriamo alcuni quesiti di somma importanza.

Primo. Il capitalismo statale concede maggiore libertà economica al capitalismo privato agricolo, ma ciò non vuol dire che, alla lunga, il capitalismo statale perda la sua influenza economica esattamente come non la perde il capitalismo finanziario di fronte alla piccola e media impresa agricola in Occidente. In questa dinamica di rapporti che peso ha la volontà politica? Anche se ha un peso importante pensiamo che sia secondario e che non sia altro che un adeguamento a certe condizioni venutesi a determinare spontaneamente secondo l'azione delle leggi economiche del capitalismo (profitto, ecc.). Ciò dimostra che l'assetto della struttura sovietica non sfugge a queste leggi ma ne è dominato e strettamente determinato.

Secondo. È da intendere, perciò, che aumenta il peso del capitalismo agrario dato che i kolchoz hanno già una maggiore disponibilità di capitali e pretendono condizioni migliori per la loro accumulazione e per il loro prestito finanziario allo Stato? Molte indicazioni stanno a confermare questa supposizione anche se mancano molti elementi di giudizio per renderla definitiva.

Terzo. Un'altra considerazione, e forse la più importante, da farsi è che troppo a lungo si è sopravvalutata la funzione del capitalismo statale sino al punto di dire, come fa P. Chaulieu, che è una fase qualitativamente diversa da quella classica, una fase che abolisce persino la legge del valore. Si è peccato di soggettivismo nel credere nella "volontà pianificatrice" dello Stato. In realtà, come vedremo nell'industria, anche nell'agricoltura il capitalismo statale ha pianificato ben poco. Dopo 30 anni è costretto a dare maggiore iniziativa al capitalismo privato nelle campagne. Cosa significa ciò se non che lo Stato è sempre lo strumento dei gruppi sociali capitalisti? Insomma siamo sempre nello "Stato strumentale" e non ancora nello "Stato funzionale" dal punto di vista economico. il quesito è fondamentale: vi può essere veramente uno "Stato funzionale" o ogni forma di capitalismo statale non è che il composto di molte forme spurie e di capitalismo privato? Così come, data la questione agraria, non vi sarà mai una società capitalistica privata pura, per le stesse ragioni non vi sarà mai un capitalismo statale puro.

Quarto. Il fatto che in URSS per aumentare la produzione agricola si tenda alla liberalizzazione in questo settore dimostra quanto affermato, oltre a dimostrare che il capitalismo statale non ha capitali sufficienti per incrementare le sue aziende agricole (sovchoz) che sarebbero più produttivistiche.

Ma qui sorge un altro quesito: i capitali per l'azienda statale agricola non affluiscono perché agisce la legge del maggiore profitto oppure, oltre a ciò, perché il peso regressivo dei contadini piccolo borghesi determina, economicamente e politicamente, una specie di compromesso teso ad evitare crisi politiche e sociali?

In ogni modo il compromesso è pagato dal proletariato. In fondo il capitalismo non può risolvere la questione agraria perché deve venire a compromesso con i contadini e, in questo senso, si può dire che in URSS lo Stato è condizionato dai contadini. Il rallentamento nella produzione industriale, primo pegno pagato a tale condizionamento, farà stagnare maggiormente la questione agraria perché, tra l'altro, non permetterà il trasferimento di nuovi contadini nell'industria e, quindi, l'utilissimo sfoltimento delle enormi masse rurali divoratrici di reddito nazionale ed economicamente impotenti ad elevare la produttività.

Quinto e ultimo quesito: il capitalismo statale rappresenta veramente, come dice Lenin, l'anticamera del socialismo, ossia oggettivamente un passo progressivo, o non è, invece, il prodotto del caos e dell'imputridimento capitalistico-imperialistico, un forsennato tentativo di impedirne o dilazionarne la caduta, sotto il peso schiacciante dei problemi sociali che è impotente a risolvere?

La svolta nell'agricoltura
Le nuove misure della politica agraria sovietica consistono essenzialmente in una serie di concessioni ai kolchoz che giungono sino ad una forte estensione del mercato privato e libero.

Esaminiamo di cosa si tratta.

a) Espressione del mercantilismo agricolo. Ciò è dato dal fatto che non vi è "ancora una quantità adeguata di beni di consumo", che la produzione agricola è al di sotto delle richieste, che il rifornimento alle città è insufficiente o addirittura mancante (Kruscev, XX Congresso). Lo squilibrio tra il volume delle merci esistenti e i redditi monetari della popolazione determina inflazione e mercato nero. Se si fosse proseguito nell'industrializzazione pesante si sarebbe aggravata questa crisi economica che poteva avere dei riflessi politici, specie per il distacco delle masse contadine, tanto gravi da incrinare le basi attuali dello Stato sovietico. Per tentare di arrestare un'incombente crisi di sviluppo di tutto il sistema produttivo si è adottata la nuova politica agraria basata sull'operazione "terre vergini" (30 milioni di ettari) e sull'elevamento "dell'interesse materiale dei colcosiani", cioè sull'interesse del mercantilismo agricolo privato.

b) Concessioni ai kolchoz. Consistono in: 1) prezzi più remunerativi per le derrate agricole da consegnare all'ammasso statale; 2) riduzione delle quote d'ammasso; 3) riduzione dei prezzi pagati dai kolchoz ai servizi statali di macchine e trattori per i servizi da questi prestati; 4) più ampia libertà di commercio dei prodotti colcosiani, cioè praticamente forte estensione del mercato libero colcosiano che viene a disporre di una vasta quantità di merci stimolata dalla domanda di mercato e. dal corso dei prezzi liberi; 5) liberazione dei kolchoz dalla pianificazione centralizzata dato che lo Stato fisserà soltanto la percentuale dei prodotti da vendere all'ammasso. È in progetto, inoltre, la possibilità per i kolchoz di poter disporre di propri parchi macchine. "Notizie Sovietiche" del 31 dicembre 1956 riferisce che, grazie all'aumento dei prezzi statali d'ammasso e al buon raccolto, i colcosiani nel 1956 introiteranno 20 miliardi di rubli in più del 1955 e che "sono aumentati notevolmente i redditi colcosiani derivati dal mercato libero". Suslov, nel suo rapporto del 7 novembre 1956, dice che "negli ultimi tre anni i redditi dei kolchoz si sono raddoppiati" e nello stesso periodo l'industria ha fornito all'agricoltura 650 mila trattori, 142 mila macchine combinate e 345 mila autocarri. Ecco un esempio di come non si marcia verso il socialismo ma si rafforza sempre più il capitalismo privato. In pratica il capitalismo statale sfrutta il proletariato a beneficio del capitalismo privato che invece di restringersi si allarga sempre più e crea una specie di parassitismo agricolo che succhia capitali allo Stato e frena l'incremento produttivo industriale. "Notizie Sovietiche" del 30 ottobre 1956 ce ne fornisce un modello: il kolchoz "Gastello" della Bielorussia che, da 25 anni, ha 5.700 ettari ed è composto da 826 famiglie; nel 1950 il suo reddito annuale non superava 1 milione di rubli, nel 1955 è stato di 5.700.000 rubli.

c) Allargamento del mercato privato capitalista. Non si tratta solo del mercato colcosiano ma di un fenomeno più generale che investe tutta la struttura sovietica. In tal modo l'automatismo del mercantilismo capitalista che per un lungo periodo è stato costretto in una politica governativa di prezzi riprende in forma ampia. Difatti l'automatismo di mercato introdotto in larga scala nell'agricoltura si espanderà in tutti i rapporti economici. Di conseguenza il "mercato sovietico" soppianterà sempre più la "pianificazione statale" sino a regolare i rapporti fra industria e agricoltura, a determinare spontaneamente la scelta degli investimenti anche per l'annosa questione industria pesante o industria leggera, a lasciare la possibilità di crisi inflazionistiche o deflazionistiche.

Ben a ragione un acuto osservatore liberale, Raimondo Craveri ne "Lo Spettatore Italiano", aprile 1956, può dire che non è più accettabile la contrapposizione tra mondo capitalistico, il cui equilibrio economico si stabilisce in modo spontaneo nel caos della produzione, e mondo sovietico il cui equilibrio è dato dalla volontà organizzata della pianificazione. Dopo aver osannato al trionfo del mercato, cioè delle "eterne ed immanenti" leggi del capitalismo nell'URSS, il Craveri ne deduce che l'unica verità è che ogni regione reclama alla fin fine "una sua particolare automaticità nel funzionamento del mercato" atta a dimostrare impossibile e assurda ogni "pianificazione scientifica". È il grido di gioia dell'economista borghese che, dopo tanto, può riconoscere come copia gemella della sua concezione economica la realtà sovietica che oggi si scopre, a lui, per dimostrare che nulla nasce di nuovo sotto l'intramontabile sole del capitalismo.

È l'autore a rendere il suo patetico omaggio alla riscoperta Russia: "Riconoscendo di fatto tutte le conseguenze implicite all'esistenza dei due settori, ossia che le imprese del settore agricolo non sono statalizzate ma cooperative di contadini, ossia di privati, il Congresso del PCUS ha in realtà ridato cittadinanza nell'Unione Sovietica ad un vero e proprio meccanismo automatico di mercato a regolare i rapporti fra città e campagne, ossia ad un sistema di prezzi che si formano da sé e che partito e governo devono accettare come base del vivere economico in URSS e come condizione ineliminabile di una adeguata efficienza produttiva e così della pace sociale nelle campagne. La verità è che il molto più libero formarsi dei prezzi delle derrate agricole, per l'ampiezza del sistema in cui ormai si fonda e la cogenza delle cause che l'hanno reso operante, può dare finalmente una razionalità produttiva ed un marchio di autentica economicità addirittura a tutto il sistema dei prezzi sovietici, a cominciare dai salari, della cui attuale irrazionalità il Congresso ha avuto modo di occuparsi ampiamente. Ne consegue che sarà di più in più il mercato ad assumere un peso determinante nel fissare di volta in volta lo stesso volume di produzione che il pubblico richiede. E ciò non solo in fatto di alimentari e di tessili, ma di tutti gli altri beni di consumo d'origine industriale, siano essi durevoli o non durevoli".

Il caos industriale
Legato direttamente al movimento economico che ha determinato la nuova politica agraria vi è un andamento, il quale assume spesso forme amministrative, che ha portato ad una svolta non meno importante nell'industria. Così come i due settori non sono assolutamente indipendenti ma, oltre che complementari, soggetti alle stesse tendenze di fondo che ne modificano i rapporti e le stesse caratteristiche, sarebbe, per le stesse ragioni, improprio parlare di svolte per ambedue. Con più rigore scientifico si dovrebbe parlare di evoluzione, intesa questa non in modo pacifico ma come sviluppo economico accompagnato da profonde crisi e contrasti sociali. Quello che il Soviet Supremo ha decretato nella seduta di febbraio non è stato altro che l'avallo giuridico a fatti economici da tempo presenti nella società sovietica.

Alcuni di questi fatti hanno una importanza che trascende l'economia sovietica e che si ricollega allo sviluppo dell'imperialismo unitario.

Assumono un rilievo particolare perché riguardano l'industria, presentata come il settore "socialista" con tutta una serie di argomentazioni che il tempo ha già smentito abbondantemente (e sempre più lo farà nel futuro) e con tesi secondo la quale il carattere "socialista" è confermato dalla proprietà collettiva o statale. È vero che su questa proprietà collettiva, dicono i teorici del "socialismo sovietico", si è prodotta una escrescenza burocratica ma ciò non modifica il carattere socialista delle basi economiche perché la burocrazia è una casta che vive di privilegi ma non è una classe che possa giuridicamente impadronirsi dei mezzi di produzione.

La teoria del "capitalismo di Stato" ha risposto esaurientemente, sulla scorta dei classici marxisti, a questa tesi pseudoscientifica ponendo una netta distinzione tra proprietà e detenzione, per cui il sistema capitalistico di produzione si identifica non tanto dalle forme giuridiche di proprietà quanto dalla detenzione dei mezzi di produzione da parte di un gruppo sociale. Marxisticamente viene definito "classe capitalista" quel gruppo sociale che detiene i mezzi di produzione, e quindi li gestisce, in una attività economica determinata dalla legge del valore di scambio. Nel caso sovietico chi detiene e gestisce i mezzi di produzione nell'industria non sono i lavoratori ma un gruppo sociale composto dall'alta burocrazia e da altri strati sociali.

Proponendoci di approfondire il tema in seguito, cerchiamo di giungere alla teoria attraverso l'analisi pratica da cui esce fuori anche la stessa configurazione dei gruppi sociali.

I problemi emersi recentemente nell'industria Sovietica sono, in linea generale: a) il rallentamento del ritmo di incremento industriale; b) la proliferazione delle imprese industriali; c) il "glavkismo" o elevatissima burocratizzazione; d) la mancanza di specializzazione; e) il caos della centralizzazione.

Gli uni intrecciati con gli altri ci danno il quadro impressionante della pianificazione a parole e del caos capitalistico nei fatti.

Crollo di un mito: il ritmo di incremento
Il ritmo d'incremento industriale è sempre stato il piatto forte degli apologeti dell'URSS. Riccardo Lombardi, anni or sono, presentando il Quinto Piano Quinquennale basava quasi esclusivamente su tale tesi infantile la dimostrazione del "socialismo nell'URSS" e della sua superiorità sui paesi occidentali. Insomma, in parole povere si diceva: che l'URSS sia socialista lo dimostra anche il suo ritmo di sviluppo industriale superiore a quello di ogni altro paese capitalista. Con la superiorità del ritmo di incremento industriale veniva giustificata pure la stagnazione agricola. Inutile era rispondere agli apologeti di mestiere che ogni paese capitalista ha un alto ritmo di sviluppo ai suoi inizi e che questo viene scemando mano a mano che il paese capitalista diventa maturo.

Ma è proprio il caso di dire che le chiacchiere, anche le nostre spese a vuoto contro il "mito" sovietico, durano lo spazio di un mattino. L'industria ha appena superato il suo mattino e già tutti i vizi dell'adulto capitalismo ne corrodono il corpo. La sua alta e giovanile febbre di edificazione è scesa adesso ai battiti del normale polso del capitalismo occidentale.

Veramente il fenomeno è iniziato qualche anno fa quando la Germania di Adenauer strappò il record mondiale del "ritmo Socialista" alla Russia di Stalin. Pensiamo che non passerà molto tempo ed il record andrà a finire nelle mani delle arretrate India e Cina.

Un economista sovietico, N. Baibakov, nel "Kommunist" del giugno 1956, traccia un quadro comparativo (che riportiamo in tabella) delle percentuali di incremento annuo della produzione industriale per gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica e dal quale si può vedere il rallentamento del ritmo sovietico.

URSS E USA: ritmi d'incremento della produzione industriale (1948-1955)

 

1948

1949

1950

1951

1952

1953

1954

1955

URSS

+26

+20

+23

+16

+12

+12

+13

+12

USA

+4

-7

+16

+ 7

+ 3

+ 8

-7

+10

Da un altro schema dello stesso articolo risulta che nel periodo 1951-55 l'accrescimento assoluto della produzione dell'acciaio è stato, sia per l'URSS che per gli USA, di 18 milioni di tonnellate.

Se confrontiamo anche i dati del 1956, il rapporto tra i due colossi si fa ancora più evidente, con la differenza dovuta al fatto che quello americano è in condizioni vantaggiose e sfrutta tutte le crisi di quello sovietico.

Mentre l'URSS non ha ancora raggiunto il suo massimo grado di industrializzazione, cioè il grado per cui naturale diventa il basso tasso d'incremento, il peso negativo del settore agricolo rallenta velocemente il ritmo industriale.

Abbiamo il caso di due paesi che marciano quasi allo stesso passo ma con una grande disparità fra i loro rispettivi volumi di produzione. I Piani Quinquennali lanciati da Stalin fissavano l'obiettivo di raggiungere la produzione statunitense nel 1960. Oggi questo obiettivo, ripetuto stupidamente da tutti i pappagalli, si sperde nell'orizzonte dell'anno 2000. La produzione di acciaio sovietico che, nel quinquennio 1950-55, era passata da 27 a 45 milioni di tonnellate, con un aumento del 66%, mentre quella statunitense passava da 96 a 115 milioni, con il percentualmente minore ma in assoluto più forte 20%, l'anno scorso è aumentata solo del 6-7%, cioè di 3,7 milioni di tonnellate che portano il totale a 49 milioni.

Il CC del PCUS del gennaio 1957, nel bilancio economico del 1956, dopo aver rilevato che non sono stati raggiunti gli obiettivi del settore carbonifero, ha fissato i seguenti obiettivi per il 1960: 53 milioni di tonnellate di acciaio, 593 di carbone, 135 di petrolio e 320 miliardi di kWh di elettricità. Il Soviet Supremo ha definitivamente sanzionato che l'aumento della produzione del 1957 sarà solo del 7%, mentre quella del 1956 è stata già di un punto in meno, 11%, di quella del 1955. Teniamo presente che solo la grande forza delle leggi materiali del capitalismo (che come vedremo agiscono indiscriminatamente in America o in Russia con la sete enorme di capitali) poteva modificare in pochi mesi il ritmo d'incremento industriale del Sesto Piano Quinquennale previsto da Kruscev al XX Congresso già in un modesto 10,5%. Anche questo modesto ritmo, del resto inferiore a confronto dei dati del già citato Baibakov (USA 1939-43 media del 22%, Germania Occidentale 1951-55 11%, Italia 1948-55 10%), non ha potuto reggere anche se non è da escludere che in futuro possa essere raggiunto.

Per ora un altro mito è crollato miseramente. Italia batte URSS per 8 a 7. Per non parlare, poi, del ritmo italiano d'incremento della produzione siderurgica negli ultimi anni. Ma anche qui il trucco c'è ma non si vede: la CECA. I paesi industriali della CECA dispongono di maggiori capitali per l'investimento in macchinario ed hanno meno kolchoz da sovvenzionare. Citiamo Le Brun della CGT francese: in Francia, dal 1949 al 1955, gli investimenti lordi del capitale fisso sono aumentati del 23%. Indichiamo un esempio italiano e di capitalismo statale: la siderurgia IRI con il suo nuovo piano d'investimento e le sue realizzazioni tipo stabilimento a ciclo integrale SCI con il suo obiettivo di 1 milione di tonnellate annue.

Una realtà: la libera iniziativa
Libera iniziativa della cristiana civiltà occidentale? Favole per i gonzi e... per Cristo. Sempre di prosaici capitali si tratta, poiché in quanto a capitalismo statale e corrispettiva burocrazia mangiona la siderurgia italiana non scherza: circa l'80% è prodotto dall'IRI. La differenza non sta, a dispetto degli psicologi da strapazzo, tra il rigido e dogmatico burocrate chiuso negli uffici a far piani e l'indaffarato e bonaccione commendatore in corsa per la sua libera iniziativa. Sta, invece, in un dato che è tanto semplice da sembrare puerile: in Italia la produzione siderurgica (vedi capitalismo statale IRI) è più concentrata che in Russia e lo è perché ha una più alta composizione organica del capitale. In parole povere: vi è un più forte investimento di capitali in macchinario e ciò comporta complessi mastodontici, alta produttività, ecc. Seconda partita: il capitalismo statale italiano batte il capitalismo statale russo.

E la libera iniziativa? Beh, la regaliamo al piccolo borghese liberissimo di fregare il prossimo, al funzionario del PCI che gli corre dietro per farsene un alleato nell'impossibile impresa di fregare il monopolio e, infine, al direttore dell'azienda statale sovietica. Malgrado questi viva tra le fauci del "mostro totalitario" si permette il lusso di dare lezioni di iniziativa privata al suo collega italiano. A nessun industriale italiano, per non dire poi statunitense, salterebbe mai per la mente l'idea di costruire piccole acciaierie che producano mille tonnellate all'anno. Se, spinto dalla follia, lo facesse, si preparerebbe in brevissimo tempo il suo fallimento poiché il grado attuale della concentrazione capitalista non permette più simili peccati giovanili. Invece il direttore aziendale sovietico, come dimostreremo in seguito con dati eloquenti, è un maestro della piccola produzione. Se libera iniziativa significa, per il marxismo, grado inferiore alla massima concentrazione capitalistica e quindi maggiore libertà in una maggiore arretratezza, non c'è dubbio: la Russia gode più dell'Italia di tale condizione. Terza partita: la libera iniziativa sovietica batte la libera iniziativa italiana.

Siccome la maggiore concentrazione, e quindi la minore libera iniziativa, permette una più alta produttività ed un più alto tasso d'investimento, ne consegue che la maggiore concentrazione permette un più alto ritmo di incremento industriale. Se vogliamo essere più esatti, diremo che la maggiore concentrazione è la tendenza capitalista che cerca di arrestare la caduta del profitto, legge inerente alla produzione basata sullo scambio mercantile. Sotto quest'aspetto il problema dell'investimento è fondamentale e quindi assume una enorme importanza, per ogni paese capitalista, avere la capacità di convogliare il residuo dei capitali esistenti che, seppure in minima parte, tendono ad essere assorbiti dal consumo di fenomeni sociali parassitari (commercio, burocrazia, ecc.). Mentre il grado di concentrazione di alcuni paesi occidentali permette una minore incidenza sull'accumulazione dei capitali da parte del consumo parassitario (o per lo meno tale fenomeno generalizzato nel capitalismo è economicamente più sopportabile), nell'Unione Sovietica, invece, questo ha una influenza più negativa. Lo stesso dicasi per la produzione bellica e le spese del parassitario militarismo. La produzione bellica che negli Stati Uniti rappresenta una misura anticrisi, nell'URSS è un freno alle possibilità di concentrazione di capitali. Negli USA le spese militari sono 45,5 miliardi di dollari, cioè circa il 18% del reddito nazionale, nell'URSS sono invece 96 miliardi di rubli, cioè circa il 7% del reddito nazionale. Per equiparare gli americani i russi dovrebbero spendere quasi tutto il bilancio statale, cioè circa 540 miliardi di rubli su 617 e circa il 42% del loro reddito nazionale. Eccessivo, per non dire impossibile, sarebbe per loro spendere il corrispondente 18% statunitense. Anche le parole "pace" e "guerra" sono parole astratte non legate ai desideri ma riflessi di tendenze economiche.

Per concludere sul ritmo di incremento, su cui ritorneremo in merito ad altri problemi, citiamo ancora Baibakov. Questi dice che per raggiungere, nella produzione pro capite, i paesi occidentali, l'URSS deve conseguire obiettivi superiori a quelli fissati nel 1939. Difatti il mondo capitalista occidentale ha raddoppiato nel 1955 la produzione industriale del 1938 (USA 3 volte, Inghilterra 1.6, Germania Occidentale 2, Francia 1.7, Italia 2).

Il che vuol dire raddoppiare gli obiettivi del 1939. Nemmeno più Kruscev ci pensa.

Un problema: l'investimento
Ritmo di incremento, concentrazione e produttività fanno dell'investimento di capitali un problema fondamentale dello sviluppo economico. La sete di capitali da investire è la malattia cronica dell'odierno capitalismo. Gli Stati Uniti ne risentono fortemente ma hanno un volume di sovrapprofitto imperialistico che agisce da rifornimento. L'URSS che ha minori necessità, data la minore concentrazione, ha però un esiguo sovrapprofitto e quindi maggiore è la sua sete. Se forte è la necessità d'investimento capitalistico nei paesi arretrati, occorre dire, d'altra parte, che anche senza questo il paese arretrato può continuare a vivere economicamente. La necessità d'investimento è, invece, vitale per il paese avanzato il quale senza il progressivo aumento dell' accumulazione capitalistica morirebbe di una crisi spaventosa agente anche sulle più piccole unità economiche contadine.

È anche di questa natura il complesso e contraddittorio travaglio che subisce l'economia sovietica che ha in gran parte la "malattia statunitense" del capitalismo senza avere la maturità di procurarsi le poderose iniezioni imperialistiche.

"Le gravi deficienze nella pianificazione dell'economia nazionale" riscontrate dal CC del PCUS del dicembre 1956 sono derivate anche dal fatto che i vari organismi economici hanno allargato troppo i programmi d'investimento, protraendoli in scadenze troppo lunghe, sì da non poter organizzare tecnicamente alcuni settori, da non poterli rifornire di materie prime, ecc. La causa risiederebbe nei criteri non sempre razionali con cui sono avvenuti gli accrescimenti di capacità produttiva. Accettando pure la tesi dell'irrazionalità, propria del resto al sistema capitalista, la spiegazione pecca di semplicismo. Per irrazionalità dovremmo intendere un fenomeno meno volontaristico e più oggettivo, una legge tendenziale del capitalismo e cioè: il ritmo d'investimento dei capitali è insufficiente alle necessità dello sviluppo delle forze produttive. In pratica si ha quindi: a) disoccupazione delle macchine in molti settori che non possono concretizzare tecnicamente il loro sviluppo di capacità produttiva; b) mancanza di capitali per poter sviluppare gli investimenti a lunga scadenza, cioè investimenti di "capitale costante" che concorrono di più ad alzare la produttività del lavoro. Abbiamo già detto che questo è un fenomeno tipico del capitalismo (altro che errori socialisti!) che si verifica in misura minore, ma con maggiore intensità, negli Stati Uniti.

Lo spazio a disposizione e la insufficienza di molti dati sovietici non ci consentono un confronto dettagliato tra URSS e Stati Uniti come basi economiche di uno stesso fenomeno. Citiamo solo alcuni dati statunitensi che abbiamo preso dall'ottimo studio di Pietro Valle sulla rivista del PCI "Critica economica" n. 5, 1956.

Dal 1945 al 1956 nelle industrie statunitensi sono stati investiti per nuovi impianti e attrezzature 230-250 miliardi di dollari. Nel solo anno 1956 l'investimento di questo tipo è aumentato, con la cifra di 39 miliardi di dollari, di circa il 30% nei confronti dell'anno precedente. Sono cifre gigantesche se paragonate a quelle russe che denotano, soprattutto, la tendenza di fondo dello sviluppo capitalistico verso l'investimento a lunga scadenza, cioè l'investimento che crea le basi dell'automazione. Si calcola che negli USA questi investimenti richiedano un periodo di 18 anni prima di essere ammortizzati, dato che per ogni addetto all'industria è necessario un investimento di circa 9 mila dollari.

Quindi, se l'industria sovietica vuole mantenersi al passo deve compiere degli investimenti di questo tipo e non dilatare una produzione industriale a basso investimento e a bassa produttività che, alla lunga, provoca profonde crisi. Ma la tendenza all'investimento a lunga scadenza, che richiede i 9 mila dollari per posto-lavoro, provoca, come dice la risoluzione del CC, arresti nell'attività produttiva, forme di dissanguamento. Ciò avviene anche perché vi è la proliferazione dell'attività industriale, cioè perché vi sono troppe unità produttive che richiedono investimento a breve scadenza e non permettono l'affluenza di capitali necessaria all'investimento a lunga scadenza.

Insomma un nodo per ora insolubile ma che non impedirà in avvenire, dopo crisi parziali tipiche del capitalismo, all'industria russa di imboccare la "via americana".

E la "via americana" è l'unico tentativo che rimane ancora al capitalismo, sia esso privato o statale, di dilazionare l'esplosione della sua crisi congenita, cioè la crisi di sottoconsumo determinata dalla produzione, retta dalla legge del profitto, che non può essere assorbita dal consumo. È anche sotto questo aspetto, il tentativo di lottare contro le conseguenze della caduta tendenziale del saggio di profitto. Le 100 più grosse società manifatturiere americane, che hanno un bilancio annuo totale di ben 130 miliardi di dollari, pagano solo il 26% del bilancio in salari e stipendi e hanno il basso saggio di profitto del 7%, cioè hanno una incidenza di capitale variabile e un profitto minori della media italiana e russa. Secondo i nostri "antimonopolisti" a parole, il tenore di vita dell'operaio italiano o russo dovrebbe essere un paradiso in confronto a quello americano. Perché capita, invece, l'opposto?

Perché l'unica logica del capitalismo è la produzione per la produzione e la tendenza a protrarre questo circolo vizioso è l'investimento a lungo termine, ossia teso a dilazionare oltre che nel presente anche nel futuro la produzione, ipotecando, con la rateizzazione, la massa di consumo futuro e la stessa vendita della forza lavoro la quale, impegnata quasi totalmente nel consumo a rate, è già acquisita per gli anni avvenire.

L'industria sovietica, che non ha capitali sufficienti per comperare il lavoro futuro degli operai in cambio del godimento di un consumo impegnato a rate, risente la crisi senza avere lo slancio per superarla.

Negli Stati Uniti il bisogno di capitali è acuto (e ciò dimostra l'insolubilità di un sistema sociale che più matura più rende mortali le sue antisociali necessità) ma le imprese industriali, che coprono per 2/3 i loro investimenti con l'autofinanziamento, possono ancora, nel 1956, dilatare la macchina creditizia sino a un prestito diretto di 31 miliardi di dollari e di altri 182 miliardi per investimento di debito pubblico e di mutui, ipoteche, ecc.

L'URSS non può tendere la corda sino a questo punto e fa marcia indietro.

Meno concentrazione in Russia che in America
Negli Stati Uniti vi sono 120 mila società manifatturiere, nell'Unione Sovietica, secondo Giuseppe Boffa ne "l'Unità" del 17 febbraio, le imprese industriali statali sono più di 200 mila con più di 100 mila cantieri.

Non abbiamo sottomano i dati sulla consistenza finanziaria di queste aziende statali. Invece sappiamo che, delle 120 mila imprese americane, 100 da sole hanno avuto, nel 1955, un'entrata di 130 miliardi di dollari, quasi la metà del reddito nazionale. Insomma è il trionfo del centralismo economico nella "decentralizzata" Repubblica stellata dove persino lo sceriffo viene eletto dai suoi federati concittadini. Pensiamo che il solito e povero turlupinato dal festival sul centralismo e la decentralizzazione cantato da Radio America e da Radio Mosca con i loro rispettivi cori di voci bianche italiane non ci si raccapezzerà più. "Ma la Russia?", ci chiederanno il piccolo borghese radicale ed il suo amico socialista. La risposta che danno le cifre capovolge il quadro convenzionale.

Il centralismo economico non dipende dalla volontà politica ma dallo sviluppo delle forze produttive. È naturale, quindi, che ve ne sia più in America, anche se mascherato dal federalismo politico, che in Russia, dove il centralismo politico nasconde una ben diversa situazione economica.

In sostanza "pianificano" di più le 100 direzioni generali delle 100 gigantesche "Corporation" americane che le 370 direzioni generali dei Ministeri moscoviti. Mentre le prime hanno una effettiva direzione economica, le seconde hanno solo una direzione amministrativo-burocratica che, verticalmente, si diluisce nelle migliaia di sottodirezioni regionali, locali, aziendali.

Tale fenomeno ci è spiegato da un interessantissimo saggio di un economista sovietico, N. Orlov (vedi "Specializzazione e cooperazione nell'industria nel Sesto Piano Quinquennale" in "Planovoie Khoziaisto" maggio-giugno 1956, tradotto in "Rassegna Sovietica" settembre-ottobre 1956). L'autore sostiene la necessità di organizzare l'industria sulla base di una specializzazione e cooperazione che mancano e denuncia una situazione impressionante. Ad esempio aziende che dipendono da vari Ministeri dispongono di oltre il 50% di tutte le macchine utensili per il taglio dei metalli e di circa il 60% di tutte le presse e forge esistenti nell'industria, ma producono meno del 30% del volume globale della produzione meccanica.

La produzione metallurgica è dispersa in un grande numero di aziende dei vari Ministeri. Si produce acciaio in aziende di 28 Ministeri. Capita che molte aziende, non ricevendo centralmente le forniture, se le fabbrichino direttamente. Ad esempio, è diffusissimo il sistema, presso le aziende industriali, di impiantare piccoli reparti di fonderia come reparti sussidiari di altre lavorazioni. Non è nemmeno il caso di soffermarci sui costi di produzione di tali reparti. Ci basti quest'altra rivelazione dell'Orlov. La capacità produttiva dell'acciaio sovietico è così ripartita: il 32% di tutte le acciaierie ha una produzione annua di 1.000 tonnellate, il 42% ha una produzione annua che va da 1.000 tonnellate a 10.000, il 15% da 10.000 a 20.000 e solo l'11% produce oltre le 20.000 tonnellate.

Anche per la produzione della ghisa e per altre lavorazioni metallurgiche avviene lo stesso fenomeno. Abbiamo una specie di capitalismo statale della piccola officina, frutto del mercantilismo aziendale. Ogni direttore di azienda per raggiungere o superare gli obiettivi del Piano, e per elevare il fondo sociale aziendale (dal quale vengono poi fissate le retribuzioni per le norme salariali, i capitali di autoinvestimento, le spese sociali per gli alloggi operai ed i premi per i dirigenti) allarga la produzione di fabbrica senza tenere in minimo conto il rendimento ed i costi.

È una forma di investimento "estensivo" contrastante con l'investimento "intensivo" tipico del capitalismo avanzato. È insomma un margine disastroso lasciato ancora alla libera iniziativa aziendale: cosa che farebbe inorridire i direttori generali dell'US Steel se si verificasse negli Stati Uniti.

Dal XX Congresso all'ultima sessione del Soviet Supremo e ad una infinità di articoli di giornali è apparsa un'altra caratteristica della libera iniziativa dei direttori sovietici: quella di eludere i contratti salariali in complicità coi burocrati sindacali e di usare sempre meno i fondi sociali di azienda per la costruzione di alloggi operai. Per definire "capitalisti" questi signori, occorre proprio che abbiano il certificato di proprietà dell'azienda che gestiscono e detengono? A ben misera cosa si riduce la loro differenza dai capitalisti occidentali, se tale differenza risiede ormai solo in un pezzo di carta!

Terminiamo con le conclusioni dell'Orlov, per riprendere in seguito l'argomento: "questa situazione impedisce di attuare giustamente la specializzazione, ostacola il perfezionamento e l'elevamento del livello tecnico della produzione, conduce a forti perdite del lavoro sociale", cioè impedisce la standardizzazione della produzione in serie, la riduzione dei costi, l'introduzione più vasta dell'automazione, l'elevamento della produttività e la specializzazione di larghi settori per cui un'azienda dovrebbe produrre pezzi fortemente specializzati in cooperazione con gruppi di aziende.

Invece esiste un "aziendalismo" dei Ministeri, che dà luogo, a volte, a concorrenze dispendiose tra identiche aziende di diversi Ministeri, che porta ogni Ministero ad organizzare una rete di aziende che non gli competono. Il Ministero della produzione siderurgica ha solo il 5% dei reparti che producono 5.000 o più tonnellate annue di acciaio. Il Ministero della produzione carbonifera invece di concentrarsi nel suo settore costruisce proprie attrezzature metallurgiche. Il rimedio a questo stato di cose? Concentrare la produzione di uno stesso tipo, creare la specializzazione prendendo ad esempio gli Stati Uniti, ci conferma l'autore, dove "la specializzazione delle aziende è caratterizzata dall'esistenza di una rete di aziende altamente specializzate che producono singole parti."

Il vecchio capitalismo di Stato
Ma cosa è la pianificazione industriale sovietica? Cosa è il capitalismo di Stato?

Se occorresse un esempio pratico per dimostrare che la pianificazione o è socialista o non è, se occorresse un esempio per dimostrare che non si possono pianificare le leggi economiche del capitalismo e che il socialismo sarà la vera pianificazione perché si baserà sul "piano" della produzione per il consumo sociale collettivo abolendo ogni ciclo mercantile, e quindi profitto e salario, questo esempio ci verrebbe fornito dall'URSS.

La cosiddetta "pianificazione sovietica" è la demagogica etichetta sovrapposta al caos capitalista. Il capitalismo di Stato è il tentativo, in determinate condizioni storiche quali erano quelle della Russia dopo che la Rivoluzione d'Ottobre rimase un glorioso episodio isolato nel mondo, di sviluppare la produzione capitalistica in una epoca che segna già il declino, la crisi, l'imputridimento di un sistema sociale superato.

In questa fase il giovane capitalismo statale russo non poteva che nascere e formarsi viziato da tutte le malattie senili dei suoi maturi fratelli occidentali senza, tuttavia, avere attraversato la loro lunga e naturale vita. La malattia "burocratica", ad esempio. Non è una invenzione di Stalin, come vorrebbero farci credere i recentissimi eroi della "caccia ai burocrati". No, è una malattia vecchia quanto il capitalismo per non citare i sistemi sociali precedenti. Nella fase imperialista, però, diventa una malattia gigantesca e debilitante, un morbo parassitario che, nella plastica definizione di Lenin, ottura i pori del corpo sociale. A questo grado di sviluppo della malattia corrisponde, secondo Lenin, la forma del capitalismo di Stato.

Il capitalismo di Stato non è, quindi, una nuova fase di sviluppo economico, ma è semplicemente sviluppo economico in una fase che ha prodotto la massima burocratizzazione parassitaria.

Ovviamente negli Stati Uniti non vi è meno burocratizzazione che nell'Unione Sovietica, se consideriamo funzioni burocratiche anche tutte quelle attività parassitarie dell'organizzazione industriale e commerciale che negli USA appartengono alla sfera privata e nell'URSS rientrano nell'ambito statale. La burocrazia non è una divisa ma un fenomeno socialmente inutile e parassitario, utile solo all'antisociale sistema di produzione e di distribuzione del capitalismo. Ai fini sociali è tanto inutile l'Ufficio Propaganda del PCUS di Baku quanto l'Ufficio Pubblicità Vendita Rateale di Denver. A Baku o a Denver, invece, la burocrazia ferroviaria è utile ai fini sociali. Non vi è, perciò, una. burocrazia generica da colpire, ma un fenomeno di burocratizzazione da individuare nella sua composizione di classe.

Se consideriamo la burocratizzazione nella fase imperialistica come l'elefantiaco prodotto dell'originaria capitalistica suddivisione del lavoro, non possiamo assolutamente considerare la burocrazia in se stessa come una classe ma dovremmo capovolgere i termini e considerare che alla base della burocratizzazione vi è una classe capitalistica che, nei rapporti di produzione con il proletariato, assume forme burocratiche.

La classe capitalista "burocratizzata" dell'URSS non è composta da burocrati generici, quali possono essere gli uscieri dei Ministri, i semplici gendarmi o i capistazione, ma dagli alti burocrati che dirigono economicamente, politicamente e militarmente, le aziende industriali, per non parlare di quelle agricole, e ne detengono praticamente i mezzi di produzione. Come tutti i capitalisti il nostro bravo direttore della fabbrica "Stalin" della regione Y cerca di far mangiare meno che può i suoi operai non perché voglia mangiare tutto lui, ma perché vuole avere sempre più capitali per aumentare la produzione, magari impiantando la già nota piccola fonderia. Per il suo consumo si terrà quanto gli basta per condurre una vita agiata, la stessa che conducono i suoi colleghi occidentali, e soprattutto per assicurare a suo figlio (che, come i suoi coetanei occidentali, studia sempre di meno e non lavora più) gli esistenzialisti svaghi da "uligano" in cerca dell'ultima novità jazz e della sfilata di moda maschile "ultimo grido". Magari, per assicurare qualcosa di più solido a suo figlio che non ha nessuna voglia di succedergli nella direzione aziendale, da buon padre depositerà i suoi risparmi in banca all'interesse del 3% o farà un prestito allo Stato con buoni del tesoro al 2% d'interesse annuo. Avrà già un certificato di proprietà da trasmettere al figlio fannullone.

Capitale privato reso con interesse
Ecco spuntato il "pezzo di carta", anche per la curiosità di quelli che lo vogliono vedere ad ogni costo. Non dice ancora "il tornio 22 della fabbrica 15 del settore 3 è mio" ma dice "finché il tornio 22 ecc. continua a girare, io ho il diritto di avere gratuitamente, senza lavorare, un interesse annuo sul capitale ch'io ho prestato allo Stato affinché faccia girare e diriga il tornio 22, ecc.".

Ma il "pezzo di carta" che ha in tasca il buon padre italiano, che, preoccupato anche lui per l'avvenire del figlio a spasso per via Veneto, ha fatto il prestito ENI è forse diverso?

Per la curiosità dei ricercatori incalliti dei "pezzi di carta" (povero Karl Marx se avesse dedicato il "Capitale" a questi signori), tralasciamo un momento di seguire le leggi obiettive del capitalismo russo e seguiamo un po' la questione dei "certificati".

Ci viene subito in aiuto la rivista del Partito Comunista Francese "Economie et Politique", luglio 1956, con l'articolo "Il risparmio privato nell'URSS". Sappiamo così che il 15 maggio 1956 è stato lanciato un prestito in titoli ammortizzabili in 20 anni, divisi in "tranche" annuali, con l'interesse di circa il 2% e "accessibile ai soli singoli". I titoli sono esonerati da tutte le imposte (udite, "vanoniani" d'Italia!) e il prestito è di 32 miliardi di rubli per anno; rappresenta, perciò, ben il 5,4% delle entrate del bilancio statale. Per il prestito 1956 sono previsti 6 buoni da 4.900 rubli, 60 da 900, 600 da 400, 11.384 da 100. Servizio e ammortamento del prestito nel 1956 rappresentano 14 miliardi di rubli su un bilancio di spese statali di 570 miliardi di rubli, cioè il 2,4%.

Se teniamo conto del fatto che il bilancio statale sovietico congloba, a differenza dei bilanci statali occidentali, tutta l'attività industriale e amministra quasi la metà del reddito nazionale, mentre per l'occidente ci si aggira su un 25% circa, possiamo ritenere quel 2,4% una quota abbastanza alta. Tenendo conto, inoltre, che, a differenza dei paesi occidentali, una forte parte del reddito nazionale è prodotta ed assorbita dalla popolazione agricola, la quale essendo eccedente e avendo un basso tenore di vita partecipa scarsamente alla capitalizzazione e al risparmio, possiamo dire che l'1% del reddito nazionale annuo, rappresentato dal servizio del prestito e dagli interessi dei depositi presso le Casse di Risparmio, è una quota di reddito capitalista "cedolario" abbastanza alta. Per molti aspetti, è una quota che si avvicina a quelle dei più maturi e parassitari capitalismi occidentali. L'1% in Italia significherebbe all'incirca 130 miliardi di lire. Ma l'1% è una quota forte se confrontata non al reddito nazionale totale o al consumo ma, come deve essere, all'investimento, cioè a quella parte di prodotto netto nazionale che annualmente non è consumata. Prendendo, ad esempio, la quota media del 20% quale quota dell'investimento sul reddito nazionale, l'1% del reddito nazionale rappresentato dall'interesse parassitario rappresenta 1/20 dell'investimento, cioè il 5%.

In questo più preciso rapporto economico capitalistico la quota rappresentata dall'interesse acquista una marcata fisionomia. Nell'economia sovietica oltre al profitto agisce l'interesse, nel quadro di una ormai chiara struttura capitalistica. Quello che è più importante è che l'interesse è divenuto un fenomeno ascensionale. Non è più una novità per le leggi economiche capitalistiche; è una conferma.

E sempre "Economie et Politique" a parlare. Dal 1927 al 1940 il totale del prestito allo Stato è di 50 miliardi di rubli. Durante la guerra, dal 1941 al 1945, la somma totale è di 90 miliardi. Dal 1946 al 1950, 130 miliardi di rubli. "Oggi il prestito è completamente volontario e aiuta il finanziamento del Sesto Piano". Ma ecco lo schema:

1953

1954

1955

1956

16,7

16,4

30,5

32

URSS: Prestiti allo Stato (1953-1956)
(Miliardi di rubli)

Ancora più interessante è lo schema riguardante i depositi delle Casse di Risparmio dove, secondo l'articolista, l'affluenza è più forte che verso il prestito statale come, del resto, è dimostrato dalla massa dei depositi e dal ritmo di aumento. Nella "scelta patriottica" il buon padre sceglie il 3%.

URSS: Depositi nelle Casse di Risparmio (1941-1956)
(Miliardi di rubli)

1941

1946

1953

1955

1956

6,8

9

38,5

53

58 (previsti)

La rivista dice che questi calcoli sono sottostimati. Noi li accettiamo così. Risulta che se sommiamo i 58 miliardi di rubli dei depositi bancari con i 32 del prestito statale abbiamo un totale di capitale privato (questo in regola con i certificati di proprietà secondo il vecchio diritto borghese) per 90 miliardi di rubli, cioè circa il 7% del reddito nazionale. Abbiamo fatto un'altra scoperta in questo poco nuovo capitalismo statale, una scoperta che ce lo rende vecchio e identico come una goccia d'acqua al borghese capitalismo privato: ogni anno il 7% del reddito nazionale è proprietà privata che è prestata, con interesse, allo Stato perché lo investa nelle sue industrie. Se togliamo dal reddito nazionale salari e stipendi, il consumo dei contadini e il consumo improduttivo dello Stato, ci resterà solo un 7% che è in mano ai privati, così come se ripetiamo la stessa operazione negli Stati Uniti ci rimane una percentuale molto vicina a quella sovietica.

Stando ai dati della rivista, i 90 miliardi di rubli darebbero un interesse del 2-3%. Ammettendo che l'interesse sia del 3% avremmo 2,7 miliardi di rubli che, ovviamente, non rappresentano l'1% del reddito nazionale. Ammettendo pure l'alto costo dei servizi bancari, dovremo concludere che per arrivare ai 13 miliardi, rappresentanti circa l'1% del reddito nazionale, l'interesse dei 90 miliardi deve essere maggiore di quello indicato ufficialmente o magari surrogato da premi, ecc. Ne consegue che il ritmo di riproduzione del capitale privato è molto forte e vertiginoso. Pazientino qualche anno i nostri pedanti amici: vedranno tanti "certificati di proprietà" da stancarsi gli occhi.

Intanto il 7% del reddito nazionale rappresenta più del 30% dell'investimento annuo! Ma cosa ne pensano di tutte queste cose i redattori di "Economie et Politique"? Ascoltiamoli: "L'interesse dato dalle Casse di Risparmio e dai buoni di prestito ha per scopo, come nell'economia capitalista, di attirare nel circuito della produzione le somme disponibili nelle mani dei singoli." Perché, quindi, tale interesse non è capitalista e cosa lo differenzia da quello che tutti chiamano capitalismo? La risposta è strabiliante e non poteva essere altrimenti: l'interesse, nell'URSS, non è capitalista perché va a singoli individui e non a "Società"! Questo sproloquio si commenta da solo. Una testimonianza arriva per bocca di Jamer Muir, presidente della Banca Reale del Canada, che ritornando dall'URSS, nel giugno scorso, dichiara: "il sistema bancario sovietico non è inferiore a nessun altro sistema bancario del mondo per ciò che concerne la modernità e l'efficacia."

Niente di nuovo: è sempre capitalismo
Abbiamo visto che circa il 30% dell'investimento annuo è rappresentato dal capitale privato che ne trae un interesse, il quale altro non è se non una parte di profitto. In questo modo si capiscono meglio i rapporti di produzione all'interno dell'azienda sovietica, l'antagonismo di classe tra il proletariato ed una classe dominante ramificata in varie posizioni sociali ma unificata nell'estrarre il massimo profitto dallo sfruttamento della forza lavoro, la dittatura politica esercitata sulle masse lavoratrici, il basso tenore di vita con i bassi salari, gli incentivi a cottimo ironicamente definiti "emulazione socialista", ecc. Nessuno può contestare che gli operai sovietici lavorano anche per dare un interesse ai "proprietari" dei 90 miliardi di rubli. Questi non possono dire "le fabbriche dove è investito il nostro denaro sono nostre", ma possono dire "una parte del profitto che verrà realizzato dalla produzione delle fabbriche, dove è investito il nostro capitale privato, è di nostra proprietà."

Sostanzialmente il ragionamento non è diverso da quello che fanno gli azionisti occidentali. Ripetiamo: sostanzialmente e non formalmente, poiché formalmente i nostri azionisti possono dire "anche l'altro 70% dell'investimento di capitale nelle fabbriche è nostro." Potremmo rispondere che, intanto, questo ragionamento non lo fanno più i proprietari delle obbligazioni ENI o dei Buoni del Tesoro. Ma accogliamo l'obiezione dei "formalisti" giuridici. Innanzi tutto, cosa è il 70% dell'investimento annuo che in URSS è quota di "capitale statale" e in Occidente quota di "capitale privato"? In ambedue i casi è capitale realizzato dal profitto annuo dell'azienda, capitale destinato all'autoinvestimento. Sia in URSS che in Occidente il capitale per l'autoinvestimento non può essere tolto dal ciclo della produzione, anzi diviene una parte integrante del ciclo e tende sempre ad aumentare. In Occidente il capitale per l'autoinvestimento - per comodità adotteremo il 70% sovietico - eleva il valore delle azioni, ma questo valore è strettamente legato al ciclo della produzione ed è determinato dall'aumento del capitale costante. Più profitto si incatena, per sempre, in capitale costante (in macchine, attrezzature, ecc.), più il valore delle azioni si mantiene saldo. Se si interrompe questo sviluppo e sopravviene la crisi, il valore delle azioni cade sino a rappresentare un bel niente. Nell'URSS il 70% dell'investimento non è rappresentato da titoli privati e azioni perché, sotto questo aspetto, la finzione giuridica (la "sovrastruttura ideologica" di Marx), storicamente più recente, rispecchia meglio che in Occidente la realtà economica del processo produttivo comune ai paesi occidentali.

E anche se, per ipotesi, i titoli privati del prestito statale o bancario si dovessero moltiplicare, come avviene e come avverrà maggiormente in seguito, sino a rappresentare, oltre il 30% dell'investimento, anche il 70% dell'autoinvestimento, la realtà economica del capitale non cambierebbe di una virgola.

Il capitale rappresentato da quel 70% rimarrebbe, come è attualmente in URSS e nell'Occidente, un capitale sociale, economicamente senza proprietà. È un grande merito di Marx quello di avere posto scientificamente, superando il socialismo utopistico, il problema della correlazione tra il sistema di produzione capitalistico e la proprietà privata, cioè il problema di uno dei rapporti tra struttura e sovrastruttura, tra base economica e ideologia. Distrutte le parvenze giuridiche, la concezione scientifica marxista colloca la "proprietà" sul concreto terreno storico e, quindi, sulla base dello sviluppo di una determinata economia, quella capitalistica, e non di una economia in generale. Ebbene, l'economia capitalistica è storicamente l'economia che abolisce, nel suo sviluppo, la proprietà privata. Il socialismo, appunto, è storicamente possibile e necessario perché sorge, nella fase capitalistica, dalle basi materiali nelle quali le forze produttive sono divenute sociali ed economicamente appartengono all'intera società. Il capitalismo è l'impedimento allo sviluppo delle forze produttive che ormai sono socialistiche, ed è impedimento non perché è "proprietario" delle forze produttive, ma perché è "detentore".

Infatti lo sviluppo del capitalismo rappresenta, storicamente, lo sviluppo di forze produttive che non possono più essere "proprietà privata". Se non fosse così il socialismo sarebbe storicamente impossibile. Invece il socialismo è possibile e necessario perché le forze produttive sono divenute capitale sociale. I mezzi di produzione sono incorporazione di lavoro sociale che solo funzionando come uno dei fattori della produzione permettono l'appropriazione privata da parte dei loro detentori. E ciò è possibile solo se per il loro funzionamento interviene la forza lavoro salariata. Ma in sé stessi i mezzi di produzione non sono più "proprietà privata" perché in sé stessi non hanno alcuna prerogativa della proprietà. Anche per questo Marx può dire che il capitalismo non rappresenta più quella "proprietà privata" propria del feudalesimo dove il feudatario era veramente padrone, e non solo detentore come l'attuale capitalista, delle sue ricchezze. Il signore feudale poteva disporre come voleva delle sue ricchezze perché queste avevano un valore monetario ancorato ad una economia statica. Il signore capitalista, meno fortunato, non può assolutamente imitarlo senza mandare all'aria tutto il sistema sociale.

Ci siamo soffermati su questo problema non solo per dimostrare che il 70% dell'autoinvestimento russo e americano si rassomigliano come due gocce d'acqua (a dispetto del pacchetto di azioni che in Russia è 30 e in America 100), ma anche per dire che se differenza vi è essa è a tutto svantaggio della Russia. Malgrado i 90 miliardi di rubli l'industria sovietica scende al 7% d'incremento annuo. Occorrerebbero altri 90 miliardi e non per allargare il 30% del capitale privato, ma per restringerlo, come infatti avviene nell'industria americana dove un più alto investimento di capitale costante (macchine) permette una più alta produttività e quindi un più alto autofinanziamento delle grosse aziende.

Previsioni per il 1957
Per integrare i dati citati, sempre da fonti sovietiche, diamo un'occhiata al rapporto sul bilancio sovietico per il 1957, presentato dal Ministro delle Finanze Zverev. Precisiamo che questi ed altri dati, che avremo occasione di citare, discordano spesso con cifre o percentuali fornite da altre fonti sovietiche o da pubblicazioni filosovietiche occidentali. Sovente ciò è dovuto alle esagerazioni della propaganda apologetica o all'incompetenza.

Siccome tale stato di cose non dipende dalla nostra volontà, abbiamo usato spesso percentuali o cifre che, nella loro approssimazione, rappresentassero in modo semplice determinati fenomeni economici. Certe volte, confrontando dati su uno stesso argomento, abbiamo voluto correggere alcuni giornalisti faciloni del PCI, ad esempio non abbiamo voluto prendere per buona la cifra di 80 milioni indicata come popolazione urbana da Luciano Barca e Alfredo Reichlin nella loro inchiesta nell'URSS del settembre scorso. Tale cifra avrebbe, arbitrariamente, elevato la percentuale della popolazione attiva contadina indicata da noi. Così dei due giornalisti non abbiamo neppure preso in considerazione il seguente e ridicolo giudizio: "non si fa fatica ad acquisire la certezza che non solo nel 1960, ma forse anche prima, soprattutto tenendo conto dei grandi passi fatti in questi ultimi anni nel campo dell'agricoltura, il reddito nazionale sovietico supererà in cifra assoluta quello degli Stati Uniti" ("l'Unità", 6 ottobre 1956). Probabilmente i due non sanno cosa è il reddito nazionale degli Stati Uniti.

Così non abbiamo utilizzato le cifre dell'annuario statistico sovietico, citato da Barca e Reichlin, in cui si dice che le aziende statali sono 212 mila con il 91,8% della produzione globale industriale, le industrie cooperative (artel) sono 114 mila con il 5,9% della produzione globale, le piccole imprese legate a cooperative di consumo sono 28 mila e le officine dipendenti da kolchoz sono 400 mila.

Altri di questi esempi li possiamo riferire seguendo il bilancio di Zverev. Questi dice che "i pagamenti alla popolazione sotto forma di vincite sui prestiti statali sono previsti attorno alla somma di 15,4 miliardi di rubli, ossia 1,5 miliardi in più rispetto all'anno passato." Zverev, che si riferisce al 1957, conferma che gli interessi del capitale privato vanno aumentando e che, in ogni modo, grazie al sistema del "premio", rendono molto di più del 3%. Se poi aggiungiamo gli interessi dei depositi bancari, avremo un interesse complessivo certamente superiore all'1% del reddito nazionale.

Un altro esempio riguarda l'attività amministrativa decentrata. I bilanci statali delle Repubbliche dell'Unione sono progettati per l'ammontare di 193 miliardi di rubli, con un aumento dell'11,7% rispetto al 1956. Dunque già nel 1956 avevamo un decentramento finanziario non molto minore di quello statunitense. Ma, come negli USA, la burocrazia non era diminuita.

Vediamo il problema dell'investimento. Complessivamente, verranno investiti per lo sviluppo industriale 201,4 miliardi di rubli, 118,4 dei quali provenienti dal bilancio statale. Con i 61,4 miliardi di rubli (52,9 provenienti dal bilancio statale) destinati all'agricoltura avremo un investimento totale di 263 miliardi di rubli: meno del 20% del reddito nazionale calcolando pure l'8% di aumento previsto da Zverev.

La burocrazia senza centro
Giunti a questo punto, i due termini "glavkismo" e "viedomstviennost", che da qualche mese circolano sulla stampa sovietica ed estera, perdono il significato esotico ed acquistano contorni concreti.

Sul terreno economico i due termini possono essere conglobati in un unico fenomeno che si manifesta come moltiplicazione burocratica, particolarismo, privatismo, centralismo ministeriale, ecc. Da parte sovietica si tenta di restringere il fenomeno in un astratto dibattito su centralismo e decentralizzazione. Il coro occidentale entra a voci spiegate in questa girandola di parole che non hanno un ben preciso riferimento economico.

Certamente una infinità di episodi stanno a dimostrare l'inefficienza di un certo centralismo burocratico nell'URSS e noi possiamo accettare la testimonianza di Giuseppe Boffa quando, su "l'Unità", ci racconta che un solo Ministero non riesce ad abbracciare le officine di uno stesso settore e perciò si scinde in altri Ministeri e altre Direzioni generali sino al punto che, attualmente, esistono 8 Ministeri per l'industria meccanica e 4 per le grosse costruzioni di imprese industriali. "Tutto ciò inevitabilmente portava ad un rigonfiamento burocratico degli apparati amministrativi: tanto più che la partenogenesi minacciava di continuare in futuro". In questa situazione "esistevano poche fabbriche che i funzionari dirigessero in modo effettivo". Conseguenza, un chiuso centralismo burocratico, un dispendio di energie, un mancato coordinamento tra centro e periferia. Si è resa necessaria, quindi, una riforma radicale che abolirà certi Ministeri, che darà maggiore libertà alle Repubbliche, che creerà complessi regionali con tutti i tipi d'industria, che attuerà un decentramento economico sia dal punto di vista tecnico che amministrativo. "Muta profondamente tutto il metodo di pianificazione, di direzione e di controllo. La burocrazia dovrebbe ricevere un colpo decisivo".

Crediamo sia necessario non confondere una riorganizzazione amministrativa con un ben più preciso movimento economico; anzi, la prima è una conseguenza del secondo. In primo luogo le stesse fonti ufficiali ci hanno rivelato quanto vasto sia il caos della presunta pianificazione e quanto esteso sia il fenomeno della burocratizzazione. Questi due dati sono fatti acquisiti che entrano non solo nell'ambito amministrativo ma, soprattutto, nell'ambito economico. Sono fatti che rivestono un particolare significato sociale che emerge da una struttura di classe.

In secondo luogo, è assurdo pensare che la riorganizzazione amministrativa riduca un fatto sociale come la burocratizzazione, esattamente come sarebbe assurdo pensare che l'autonomia comunale e regionale in Italia riduca la burocrazia. Abbiamo già detto, e lo ripetiamo, che negli Stati Uniti vi è più burocrazia che nell'URSS. La burocrazia non nasce negli enormi palazzoni dei Ministeri ma nei centri della produzione capitalistica perché è connaturata e necessaria a questa. I burocrati lasceranno gli uffici del Cremlino e si sposteranno nei più moderni uffici dei trust regionali che d'ora in avanti terranno cassa da soli. Aumenterà, forse, l'efficienza tecnica, ma la burocrazia, di certo, non diminuirà. Subirà, invece, una trasformazione all'americana, divenendo sempre più burocrazia specializzata, tecnicamente e politicamente, al livello della direzione aziendale. Cioè sarà politicizzata in una forma nuova più aderente al livello economico, sul tipo del dirigente tecnico-politico delle "Corporation" o del nostro monopolio, e perderà molti dei caratteri di quella vecchia e arretrata politicizzazione staliniana, divenuta ormai un barocco ingombro.

Anche in ciò la società sovietica si sviluppa secondo il modello americano; il modello che, in fondo, rimane per i dirigenti sovietici, come traspare da tutti i loro discorsi, il mito dell'efficienza. Il decentramento burocratico non è altro che un adeguamento alle leggi dell'economia capitalistica; un adeguamento che rafforza la posizione della classe capitalista, la quale si nasconde dietro le forme burocratiche, proprio nei centri propulsori dei rapporti di produzione. Non bisogna dimenticare che alla base di tutta l'industria sovietica vi sono rapporti di produzione che sono rapporti di classe, contrasti e lotta di classe. Vedremo in altra occasione come questi si manifestano, comunque dobbiamo sottolineare che la destalinizzazione politica ed economica significa maggiore libertà a tutti quegli elementi sociali più aderenti alle aziende e che per la loro posizione e i loro privilegi costituiscono la classe dominante; maggiore libertà, appunto, per mantenere l'iniziativa nella lotta di classe contro gli operai.

Isaac Deutscher ha individuato questo rapporto di classe della destalinizzazione dicendo che la burocrazia vuole maggiore libertà politica e la conservazione di tutti i privilegi acquisiti, mentre gli operai chiedono la fine dell'imposizione poliziesca e lottano per l'eguaglianza sociale.

Nella dinamica della lotta di classe e delle forme nuove che germinerà, sta anche l'avvenire dell'industria e dell'economia sovietica. Nella misura che i problemi di fondo, posti dalla necessità dello sviluppo economico, determineranno nuovi tipi di organizzazione industriale e burocratico-statale, anche la natura unitaria dell'imperialismo mondiale dimostrerà la somiglianza tra Mosca e Washington. Come sempre nella storia, sarà la classe operaia a trasformare in nuda e semplicissima verità il più colossale equivoco che il nostro secolo ha partorito.

(" L'Impulso ", n. 4/5, 6, 7,
del 10 marzo, del 25 marzo e del 4 aprile 1957)

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Ultima modifica 10.09.2001